Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Parte “Luna park” la mostra personale di Zeta.
Si terrà a Pratogiardino Lucio Battisti dal 10 al 20 settembre ed è a cura di Ang_El. Ieri l’inaugurazione alle 17,30. Interventi critici sabato 12 e sabato 19 settembre ore 17,30.
Luna Park è la mostra personale di Zeta, un artista emergente che ha deciso di rimanere nell’anonimato, allestita lungo i viali perimetrali di Prato Giardino sfruttando gli alberi come supporto delle opere.
Tele e sacchi di juta dipinti ed avvolti come sudari attorno ai tronchi o appesi su fili legati tra i rami degli alberi, in un’azione artistica che va a configurarsi come momento conclusivo di una vera e propria Performance Art (forma d’arte che ha avuto origine con le avanguardie storiche europee e che successivamente si è sviluppata negli Stati Uniti a partire dagli anni ’70) perché come questa è priva di una rigida struttura narrativa, ha l’intento di stupire e attrarre l’attenzione del pubblico, che è spinto a partecipare e a oltrepassare la linea di demarcazione tra palcoscenico e platea, ritraendo se stesso in un selfie all’ombra dell’albero-opera d’arte che meglio rappresenta il suo stato d’animo e il suo intimo sentire.
A volte le tele e i sacchi di juta si trasformano in opere contrassegnate da connotazioni violente che assumono tratti esasperati o grotteschi, altre volte hanno l’aspetto di soggetti «semplici» e poco spettacolari da essere considerati quasi “comuni” o “luoghi comuni”, banali, superficiali e fugaci, perfetta sintesi e parodia di quel luna park che è la vita.
Analogamente alla performance art, la mostra “Luna park”, pur rimanendo ancorata alla cornice delle arti visuali viene allestita fuori dai luoghi deputati “ufficialmente” all’arte, ed è realizzata nel corso di situazioni ordinarie di vita comune e in uno spazio pubblico adibito a parco di divertimento all’aperto, con giostre, gonfiabili, altalene, panchine per la sosta, aiuole, fontane e corsi d’acqua che dialogano tra loro distrattamente.
La straordinarietà risiede però nel fatto che ai margini del parco, il viale interessato dal “Luna park” di Zeta vede l’uomo spogliarsi di ogni sovrastruttura, mettersi a nudo, sorprendendo il pubblico dei visitatori consapevoli o occasionali con la “vestizione” degli alberi – queste grandi divinità senza le quali non ci sarebbe vita sulla terra – che fungono da supporto di tele e juta dipinte con soggetti ed elementi che rimandano alle emozioni, suggestioni e paure comuni a tutti gli esseri umani, in modo spesso caricaturale e grottesco, ma sempre con una particolare attenzione al rispetto della sensibilità umana, troppo spesso “violentata” da pregiudizi, luoghi comuni, preconcetti e prevaricazioni.
La scelta di Prato Giardino è legata quindi alla volontà di coniugare l’essenza dell’uomo alla natura alla naturalezza e alla spontaneità attraverso il simbolismo dell’arte, oltre che di contribuire alla valorizzazione e promozione di una realtà importante del patrimonio culturale cittadino, che insiste in un’area adiacente alle mura civiche e quindi al centro storico di Viterbo.
Maria Elena Piferi
Specialmente in questo periodo fatto di paure, incertezze, confusione, fa bene sapere che ci sono dei giovani che cercano con la loro arte, la loro creatività, una via positiva fatta di colori, disegni ed emozioni.
E’ quello che oggi ci propone in questo spazio, insolito per una mostra, Zeta, si firma così il pittore che praticamente dà inizio alla sua attività artistica con la mostra, “Luna Park”, la sua prima mostra personale. I quadri che ci propone Zeta, sono di derivazione espressionista, con colori contrastanti, linee nervose e dinamiche che in qualche modo cercano il dialogo con gli alberi, i rami, la vegetazione che circonda i dipinti in questa, che oggi diventa, galleria d’arte all’aperto.
Anzi, direi proprio, che più che osservare singolarmente le opere proposte, bisognerebbe guardare il tutto come fosse una singola opera, un percorso continuo, come nella migliore tradizione delle performances o delle installazioni.
Un discorso interdisciplinare, dunque, che mette insieme pittura, azione, intervento, partecipazione del pubblico. Interessante anche il rapporto che si crea tra ambiente e racconto pittorico, come se fossero gli elementi naturali stessi ad esprimersi, a prendere corpo e vita in queste sequenze narrative di un particolare romanzo, non scritto, ma illustrato, dipinto, appunto.
Non servono le parole, del resto le immagini ci colpiscono prima e meglio e dunque questo parco, Pratogiardino, diventa uno spazio scenico, teatrale, dove ogni personaggio, ogni figurante, è libero di interpretare il racconto che Zeta ci presenta.
Il cielo, gli alberi, le foglie, i rami, l’acqua del laghetto, tutto concorre a rendere poetica questa operazione artistica del giovane pittore che sicuramente prenderà spunto, lezione, insegnamento, da questa sua prima mostra per affrontare, in seguito, nuove soluzioni, nuove immagini, nuove emozioni, per continuare il suo racconto con nuovi capitoli in quel libro senza fine che si chiama, “ARTE”.
Alfonso Talotta
