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Militare muore di cancro tredici anni dopo la missione in Kosovo, fu l’uranio impoverito a ucciderlo

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Uranio impoverito

Uranio impoverito

L'avvocato Simone Negro

L’avvocato Simone Negro

Orte – Militare dell’esercito di Orte muore di cancro tredici anni dopo una missione in Kosovo, i genitori ottengono il riconoscimento di “vittima del dovere”.  Poco più che ventenne quando è giunto nei Balcani, il figlio è deceduto all’età di 34 anni. 

Era il primo luglio del 2013 quando il militare, che si sarebbe appunto ammalato successivamente a una missione di cinque mesi nel paese della ex Jugoslavia martoriato dalla guerra, è deceduto all’età di appena 34 anni in seguito a una patologia polmonare,  un “sarcoma con metastasi celebrali in pz già sottoposto a pneumonectomia polmone dx”, secondo i familiari provocato dall’uranio impoverito.

Ai genitori, in seguito al riconoscimento di vittima del dovere del figlio, “riconducibile alle particolari condizioni ambientali ed operative di missione”,  sono stati assegnati un assegno vitalizio e uno speciale assegno vitalizio non reversibili mensili, a decorrere dalla data della morte, ovvero dal primo luglio di sette anni fa, più un totale di circa 230mila euro di arretrati. 

Nel 2019 l’avvocato Simone Negro, tramite varie consulenze medico legali, ha inoltrato domanda al ministero della difesa per i genitori, il padre oggi 77enne e la madre di 63 anni, affinché la patologia e la conseguente morte del figlio venissero in primo luogo riconosciute come causa di servizio e che fossero altresì state cagionate per le particolari condizioni ambientali a cui era stato esposto il militare, ovvero l’uranio impoverito.

“L’iter è stato lungo e molto complesso – sottolinea il legale – ma siamo riusciti ad ottenere il riconoscimento dello status di vittima del dovere con grande soddisfazione dei familiari”.

“La patologia è da ritenersi in rapporto di causalità con il servizio prestato – spiega l’avvocato Negro – in quanto la malattia è stata contratta a seguito dell’incarico svolto in Kosovo, durante la missione denominata “Joint Guardian” nel periodo tra il 26 luglio e iI 15 dicembre del Duemila. La vittima, un maggiore dell’esercito già in servizio presso il genio ferrovieri, era in servizio presso la stazione ferroviaria di Kosovo Polie Teretna, in qualità di addetto alla squadra ponti e lavori di armamento ferroviario. L’obiettivo era restaurare il tratto, danneggiato dai bombardamenti avvenuti anche mediante l’utilizzo di proiettili e armamenti a elevato contenuto di uranio impoverito, sostanza certamente riconducibile alla grave patologia che poi lo ha ucciso”. 

In particolare i lavori di restauro svolti nella zona operativa, hanno interessato la ricostruzione dell’intera rete ferroviaria, attraverso attività strumentali quali saldature dei binari ed evacuazione di materiali dalle gallerie rese inagibili dalle esplosioni.

Il maggiore all’epoca della missione in Kosovo aveva soltanto 21 anni. 

“Le attività di ripristino sono state svolte per un lasso di tempo costante ed ininterrotto – dice Negro – e hanno comportato la permanenza notturna del militare all’interno dei vagoni saturi di polveri sottili e di altre sostanze inquinanti, altamente nocive per la sua salute. Ccompresi i carburanti, micro particelle di idrocarburi incombusti, diesel utilizzati proprio per alimentare i vagoni”.

“Particelle di scarico – evidenzia il legale – che sono classificate nel gruppo delle sostanze cancerogene certe, come da certificazione emessa dal centro internazionale di ricerca sul cancro Airc-Iarc e dall’Organizzazione mondiale della sanità. Anche la relazione finale della commissione parlamentare diInchiesta sull’uranio impoverito, inoltre, ha riconosciuto la correlazione tra l’esposizione dei militari a tale sostanza dannosa e l’insorgenza dei tumori, confermandone la sussistenza del nesso di causalità”.

Silvana Cortignani

 


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