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Quanno va tutto storto, nun devi di’ “verranno giorni migliori”…

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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Viterbo – Quando a scuola si imparavano ancora le poesie, adesso era tempo di D’Annunzio con “Settembre, andiamo, i pastori vanno verso il mare”.  In tv, invece, è controesodo. Dal mare tornano i talk show man, i pastori del gregge elettorale televisivo Floris, Merlino, Gruber, Porro, Giordano, Del Debbio lunedì, martedì e avanti così, mattina e sera. Tutti figli di quei geni della tv che vent’anni fa iniziarono a spiegare la politica pure con l’invettiva. Altro che liturgie democristiane, pessimismi dolenti di La Malfa, rudezza dei comunisti, goliardia protestataria delle famiglie socialiste.

Ispiratore più o meno volontario un presidente della Repubblica, Francesco Cossiga (tra i migliori) che per far capire gli arcani del palazzo (e la imminente fine di un mondo) ricorreva  a immagini corrosive: Occhetto, baffuto capo Pci, si beccava un “zombie coi baffi”, Violante, giudice e parlamentare comunista “piccolo Wishinski”, come quello dei processi staliniani, un importante democristiano “analfabeta di ritorno”, l’onorevole Galloni “cappone”.

Dopo di lui continuò Sandro Pertini (dicono il più amato degli italiani), che definiva un pluricapo del governo, Amintore Fanfani, “il sempre più piccolo”, partendo dalla sua statura fisica, ed era convinto che i democristiani non lo amassero perché, pur  socialista, era davvero amico di papa Wojtyla (chi scrive in occasione di una udienza privata su temi economici, lo sentì raccontare per un buon quarto d’ora dell’”amico papa” che aveva appena rivisitato al Gemelli in un giorno dopo l’attentato del 1981). Perciò, quando voleva parlare col papa in Vaticano, chiedeva del segretario, “ma di quello polacco, perché se no l’altro, l’italiano, lo va subito a dire al cardinale Casaroli”.

Cambiò dunque il linguaggio dei politici (quelli intelligenti) e la comunicazione, soprattutto nella televisione commerciale, seguì a ruota con gli Sgarbi quotidiani e l’incisivo “capra, capra” infinito quanto sonoro per imprimere a fuoco nello spettatore i concetti, o Grillo sintetico nel suo “vaffanculo” alla politica e ai politici.

La gente seguiva questi show che squarciavano i velari polverosi dei palazzi e le televisioni con programmi a basso costo aumentavano audience e proventi pubblicitari.

Maestro sadico, sarcastico, populista oleoso, con la fetta di mortadella che ingoiava di fronte all’ospite, Gianfranco Funari e i suoi talk urticanti all’insegna di un pensiero poco fine ma tanto invogliante: “Quanno va tutto storto, nun devi dì verranno giorni migliori, devi dì: me so rotto li cojoni”. Epitaffio ricordato efficacemente da Filippo Ceccarelli nella sua recente summa storica intitolata “Invano, il potere in Italia da De Gasperi a questi qua”. Questi che ritroviamo ogni sera in tv a darci ricette pret a porter, appena rosolate alcune, stracotte altre. Non facilmente digeribili, comunque.

E si affaccia una riflessione: “Triste la politica del nostro tempo, non nutrita di speranza, ma di amara critica distruttrice che prevale sopra la passione costruttiva”. Purtroppo la considerazione non è di oggi. La scrisse, infatti, Guido Gonella, uno dei fondatori della Dc e della Repubblica quarant’anni fa. Quando i talk show politici non c’erano.

Allora, coraggio e buona visione.

Renzo Trappolini


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