Viterbo – Secondo il direttore Galeotti – e non solo lui – la riduzione del numero dei parlamentari voluta dal movimento di Grillo sarebbe uno “sputo” alla democrazia. Materiale peraltro coerente con i lanci fondativi di questa cosiddetta terza repubblica annunciata dai vaffa collettivi da cui si son fatti masochisticamente contagiare di recente pure taluni impensabili. Zingaretti, Renzi e compagni vari per non far nomi. Ora però in molti vagheggiano che delle urne salga un controcanto da Va pensiero, un “crudo lamento” perché, come diceva Giovanni Amendola, filosofo e ministro liberale, padre di Giorgio deputato e capo comunista “l’Italia come oggi è non ci piace”.
Cambierà di molto la nostra vita se andranno a stipendiarsi in parlamento duecento portaborse in meno (perché di questo in molti casi si tratta) dei capipartito che li impongono per fargli suonare, disciplinati, uno spartito scritto magari a Bruxelles, più a parole che a fatti, a Pechino più a fatti che a parole, nell’alta finanza a parole, fatti, minacce e conseguenti ritorsioni?
Poco o nulla. Anzi per il governo (e chi ne muove le fila) tutta fatica risparmiata quando dovrà chiedere di alzare la mano per votare. E’ l’attività parlamentare attuale, quella che, per come si svolge, impedisce al popolo, cioè a noi, di valutare chi dovrebbe rappresentarci. E allora 600 o 945 che importa? Non li conosciamo, non ci conoscono, né han voglia di farlo. Siamo sessanta milioni e passa, ma il loro core business sta nelle dita di una mano, quella dei capi partito.
Quanto lontano tutto questo dai tempi in cui la Costituzione fu scritta! Quando i padri costituenti, ormai tutti morti, si preoccuparono della sostanza democratica e cioè di stabilire non il numero delle poltrone ma quello degli elettori che dovevano essere rappresentati: ottantamila per un deputato (art. 56), duecentomila per un senatore ogni (art.57). Altri tempi, quando gli elettori dovevi conoscerli uno a uno. Quando il nostro conterraneo Attilio Jozzelli, avuti centoundicimila voti di preferenza, diceva: se si mettessero uno accanto all’altro farebbero una fila da piazza del Comune al Campidoglio, e mi conoscono!
Dallo “sputo” di Grillo, comunque, caro direttore, quei veri padri della nazione sono salvi, perché non furono loro a fissare il numero di 630 per i membri della camera e di 315 al senato.
Provvidero infatti le nuove leve parlamentari del 1963 con la legge costituzionale n. 2, ma si resero conto – e lo scrissero – che la variazione numerica era solo un palliativo “ben lontano da una più completa riforma strutturale”. Quella che ancora manca.
E allora, 600, 945….poco cambia, se non ci restituiscono la libertà di scegliere e licenziare noi quelli che stipendiamo a Roma. E non solo.
Renzo Trappolini
