Viterbo – (sil.co.) – “E’ venuto in Italia per amore Michael Aaron Pang”. Lo ha rivelato lo psichiatra Claudio Manni, perito di parte della difesa, durante l’udienza di ieri del processo in corte d’assise all’omicida di Norveo Fedeli, il commerciante 74enne barbaramente ucciso nel suo negozio il 3 maggio 2019. Spiegando come sia sano di mente il killer, un 23enne americano d’origine asiatica che suona il violino e fa l’inchino. Gli atteggiamenti ostentatamente formali gli verrebbero dal padre adottivo, un medico del Kansas d’origine cinese.
Oltre a suonare in un’orchestra sinfonica giovanile e a fare l’inchino quando saluta, l’assassino di Fedeli, d’origine sudcoreana, nato a Seul il 22 marzo 1997 e cresciuto negli States, sarebbe anche molto religioso.
“Frequentava assiduamente la chiesa con la madre e ha fatto volontariato a favore dei senza tetto di Overland Park, la città di 180mila abitanti da dove è venuto a Viterbo per amore di una donna conosciuta tramite Internet”, ha proseguito lo psichiatra Manni, nominato dai difensori Remigio Sicilia e Giampiero Crescenzi.
“Il tipico bravo ragazzo della provincia americana, che andava bene a scuola e non è mai stato coinvolto in una rissa o in qualche episodio violento in vita sua”, ha concluso il medico, sottolineando che a scatenare la ferocia con cui ha ucciso Fedeli potrebbero essere stati la barriera linguistica e il fatto di essersi sentito come in trappola.
“Mi sono sentito intrappolato e paralizzato”, ha detto l’imputato, interrogato ieri per oltre tre ore davanti alla corte d’assise, per giustificare il fatto di non essere scappato dal negozio dopo essere riuscito a sottrarsi facendogli lo sgambetto, a detta sua, dall’aggressione della vittima, Norveo Fedeli, che durante la colluttazione avrebbe sferrato un coltello e lo avrebbe colpito alle mani con la lama.
“Quando ho visto che si rialzava da terra, sempre urlando e col coltello in mano, ho cercato un oggetto con cui difendermi e lo sguardo mi è caduto su uno sgabello. Fedeli era tra me e l’uscita, ero all’angolo, sono entrato nel panico”, ha proseguito.
Con quello sgabello, però, lo ha colpito e colpito ancora finché la vittima non è rimasta immobile: “Non so quante volte, fino a quando non si è mosso più”, ha detto.
Pang, insomma, avrebbe sorvolato l’oceano per amore di una donna. Si tratta della 47enne d’origine tedesca presso la quale il giovane alloggiava a Capodimonte, madre di una bambina con dei problemi di salute cui Pang, in assenza della madre, avrebbe anche fatto da affettuosa bambinaia. “La bimba non stava bene, aveva qualcosa, spesso era ricoverata in ospedale. Lui aveva un atteggiamento paterno, dolce e premuroso. Quando uscivano, la portava in braccio”, ha detto una testimone, aggiungendo che secondo lei l’imputato dava anche una mano in termini economici alla “famiglia”.
E forse anche a un pakistano 57enne, amico della donna e titolare di due negozi di kebab, a Vetralla e Viterbo, cui l’imputato avrebbe fornito gratis servizi informatici per le sue attività e pagato anche i 500 euro d’affitto di uno dei negozi, col dire che erano le rate per entrare in società. Pang non avrebbe avuto né le chiavi del negozio del kebabbaro, né quelle di casa della “fidanzata”, la quale in compenso avrebbe avuto i codici d’accesso del suo conto in banca.
Solo pochi mesi fa, inoltre, il 23enne avrebbe scoperto che la sua “girlfriend” nega di essere la sua fidanzata e ha barato sull’età approfittando della sua avvenenza. “Io sapevo che aveva 28 anni”, ha ammesso l’imputato. Avrebbe saputo la verità dall’avvocato Sicilia durante uno degli incontri nel carcere di Mammagialla, dove il 23enne è recluso ormai da quasi un anno e mezzo.
Un profilo all’apparenza distante dal feroce omicida cui è stata contestante l’aggravante della crudeltà e dell’efferatezza.
Lo stesso che, secondo l’accusa, avrebbe calpestato la testa di Fedeli quando era ormai cadavere: “Sono inciampato sul suo corpo mentre lo trascinavo sul retro per sentire se respirava. E che poi lo ha fotografato: “Volevo fare un video, poi mi sono reso conto che non aveva senso e mi sono fermato”, la versione dell’imputato.


