Viterbo – Omicidio in carcere, oggi è il giorno della verità per i familiari della vittima. Salvo imprevisti, si saprà se il detenuto indiano 35enne che la sera del 29 marzo 2019 ha ucciso a colpi di sgabello in testa il compagno di cella viterbese 61enne Giovanni Delfino è folle o sano di mente.
Singh Khajan, difeso da Antonio maria Carlevaro, è stato visitato dal professor Giovanni Battista Traverso e dalla figlia Simona Traverso lo scorso 15 giugno in tribunale, dato che per via del lockdown di primavera non era stato possibile effettuare la perizia psichiatrica nel carcere di Rebibbia, dove il 35enne è stato trasferito dopo il delitto. Il processo è stato quindi rinviato al 27 ottobre, per le conclusioni dei periti.
“Se è un pazzo, vogliamo sapere chi lo ha messo nella stessa cella. Serve un processo bis per fare chiarezza sulla tragica morte di nostro padre”, hanno più volte ripetuto nel corso delle precedenti udienze i familiari della vittima, che si sono costituiti parte civile al processo in corso davanti alla corte d’assise presieduta dal giudice Gaetano Mautone e hanno sporto a suo tempo denuncia anche contro i vertici di Mammagialla, l’allora direttore e il comandante della polizia penitenziaria.
“Se, come sembra, era già nota la pericolosità dell’omicida di nostro padre, tanto da suggerirne la ‘grandissima sorveglianza, in camera di pernottamento da solo, per il grande rischio di auto e etero lesionismo, con privazione degli oggetti potenzialmente atti a offendere’, come sgabelli, accendini, lamette e similari, vogliamo sapere chi e perché non abbia preso adeguati provvedimenti”, hanno ribadito, assistiti dall’avvocato di parte civile Carmelo Antonio Pirrone.
Un movente apparentemente banale dietro la feroce aggressione
Il 35enne si sarebbe avventato contro la vittima per un accendino.
La perizia psichiatrica è stata chiesta all’udienza dello scorso 23 gennaio sia dal difensore Antonio Maria Carlevaro, sia dall’avvocato di parte civile Carmelo Antonio Pirrone, per stabilire se Singh sia affetto da patologie psichiatriche, se la sua capacità di intendere e di volere sia esclusa oppure ridotta, se sia in grado di stare scientemente a processo e se sia socialmente pericoloso.
“Alla luce delle sue tre precedenti aggressioni in pochi giorni, una delle quali al compagno di cella del carcere di Civitavecchia a fine febbraio, l’imputato doveva stare in cella da solo. Se qualcuno ha sbagliato a metterli nella stessa cella, deve pagare”, disse Pirrone, spiegando che il figlio di Delfino ha sporto denuncia contro i vertici del carcere, mentre il pm Franco Pacifici ha confermato la presenza di una inchiesta in corso.
“Tre volte bum e tre volte lo zio ha chiesto aiuto”
“Non ho visto, ma ho sentito: tre volte ‘bum, bum, bum’ e tre volte lo zio che ha chiesto ‘aiuto, aiuto, aiuto’. Allora ho chiesto a Singh cosa fosse successo e lui mi ha risposto ‘ho ammazzato lo zio perché volevo un accendino e non me lo ha dato’. Non c’era nessun agente nel reparto. Allora io per primo e poi tutti noi abbiamo citofonato per dare l’allarme, ma l’appuntato è arrivato solo dopo 15-20 minuti”, ha raccontato un detenuto trentenne peruviano.
“Troppo matto, non ci stava con la testa, pisciava nel corridoio”
In aula scortato dalla penitenziaria anche un pakistano 28enne recluso a Mammagialla. “Conoscevo l’imputato perché, siccome era troppo matto, mi è stato chiesto di provare io a calmarlo, dato che parliamo tutte e due punjub. Io ci ho provato, ma ho riferito che era troppo matto, che non ci stava proprio con la testa, anche se qualche volta, quando era incazzato, riuscivo a calmarlo per via della stessa lingua. Era uno che si tirava giù i pantaloni e pisciava davanti a tutti nei corridoi. Uno che una volta ha tirato un piatto di pasta in faccia a un ispettore”, ha spiegato, col suo italiano dall’accento romanesco.
Era stata disposta l’altissima sorveglianza per l’omicida
Dopo il delitto, l’omicida è stato visitato dallo psichiatra Alberto Trisolini. Ma è emersa anche una precedente relazione, redatta il 20 febbraio 2019 da una psichiatra del carcere di Viterbo, nella quale per Sing si chiedeva per il detenuto la “grandissima sorveglianza, in camera di pernottamento da solo, per il grande rischio di auto e etero lesionismo, con privazione degli oggetti potenzialmente atti a offendere”, come sgabelli, accendini, lamette e similari.
La vittima non avrebbe dovuto stare in carcere
Un’escalation di violenza, quella di Singh, che nell’arco di un mese e mezzo ha fatto quattro vittime, sfociando infine nell’omicidio del 61enne viterbese che, per non farlo sapere ai familiari, stava scontando in carcere un cumulo di pene di pochi mesi, per reati lievi, che avrebbe potuto tranquillamente scontare ai domiciliari. Per evitare di mettere in imbarazzo i suoi, Delfino non avrebbe fornito un indirizzo di residenza dove fare i domicliari, spacciandosi per un clochard.
Silvana Cortignani


