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Auto bruciate ai carabinieri, Ionel Pavel al supertestimone: “Hai visto cosa ho fatto?”

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Mafia viterbese - Un attentato incendiario (nei riquadri, da sinistra in senso orario, Ionel Pavel, Emanuele Erasmi e Manuel Pecci)

Mafia viterbese – Un attentato incendiario (nei riquadri, da sinistra in senso orario, Ionel Pavel, Emanuele Erasmi e Manuel Pecci)

Il pm Fabrizio Tucci

Il pm Fabrizio Tucci

Giovanni Musarò

Giovanni Musarò

Viterbo – Auto di carabinieri bruciate dal sodalizio criminale italo-albanese passato alla storia come mafia viterbese, Ionel Pavel avrebbe confessato a un supertestimone: “Hai visto cosa ho fatto?”. 

Si tratta di un albanese 38enne, sentito dal pm Fabrizio Tucci durante l’udienza di ieri del processo a tre imputati in corso al tribunale di Viterbo. L’operaio romeno 36enne gli avrebbe confessato di aver preso parte ai roghi delle vetture di due militari nel mese di giugno del 2017, mentre si trovavano in un bar del quartiere Pilastro.

Una testimonianza che secondo la procura antimafia di Roma inchioderebbe l’imputato Pavel, difeso dall’avvocato Michele Ranucci, finito davanti al collegio presieduto dal giudice Gaetano Mautone assieme ai viterbesi Manuel Pecci e Emanuele Erasmi con le accuse, a  vario titolo, di furto, danneggiamento ed estorsione aggravati dal metodo mafioso. Sono tra i tredici arrestati dell’operazione Erostrato del 25 gennaio 2019. 

In aula anche l’imprenditore del Poggino vittima di Erasmi: “E’ venuto a chiedermi i soldi con Trovato”. “Ti sbudello”, così invece Rebeshi avrebbe minacciato di morte l’organizzatore delle serate da ballo per romeni del Theatrò. 

“Pavel mi ha detto che era preoccupato che andassero ad arrestarlo”, ha proseguito il teste, che subito dopo si è recato a denunciare l’episodio ai carabinieri, chiedendo protezione.

“Siccome anche io avevo delle pendenze con la giustizia e li conoscevo, mi sono preoccupato di venire immischiato nella vicenda. Inoltre, visto che ormai sapevo, temevo per la mia incolumità. E avevo ragione, perché poi ho subito ritorsioni. Ho trovato le gomme dell’auto bucate e delle strusciature sulla carrozzeria”, ha aggiunto.

Dopo lo sfogo-confessione, Pavel e il supertestimone sarebbero stati interrotti da un uomo che ha raggiunto l’imputato romeno al bar. “Gli ha chiesto aiuto perché il suo datore di lavoro gli doveva 20mila euro. Pavel gli ha risposto che per 3-4mila euro avrebbe potuto dare fuoco alla sua Porsche Cayenne”. 

A proposito di soluzioni “creative” a contenziosi civilistici, ieri è stato sentito anche l’imprenditore che aveva un debito di 10mila euro con Emanuele Erasmi, il falegname viterbese cinquantenne che si sarebbe rivolto al sodalizio criminale dei boss Giuseppe Trovato e Ismail Rebeshi per riscuotere il suo credito a un anno di distanza da una causa intrapresa presso il tribunale di Viterbo. 

Nell’arco di una decina di giorni, nel mese di luglio del 2018, Trovato, ripreso dalle telecamere della videosorveglianza, si è recato due volte presso la sua azienda del Poggino assieme a un sodale, e una terza anche con l’imputato Erasmi, chiedendo all’imprenditore “con estrema gentilezza” di dare subito al falegname almeno ottomila euro dei diecimila che gli doveva per un lavoro a Montefiascone.

La vittima è corsa immediatamente in questura e poi dai carabinieri che stavano già indagando sulla banda e hanno acquisito i filmati. 

“Non sono stato minacciato, ma ho capito l’antifona. Se io voglio dei soldi da qualcuno, vado dall’avvocato, non mando degli sconosciuti a riscuotere. Mi sono insospettito ancora di più quando si sono spacciati per ‘parenti’ di Erasmi”, ha proseguito, negando sulle prime di essersi impaurito, ma ammettendo il clima di paura che si era creato tra i dipendenti e di essersi subito rivolto al suo legale perché trovasse il modo di saldare il falegname. Nel giro di un paio di mesi, in due tranche, Erasmi ha ottenuto i suoi ottomila euro. “Parenti”, come se fossero una “famiglia”. 

Nel corso dell’udienza è stato sentito anche uno degli organizzatori delle serate da ballo per romeni al Theatrò, Ionut Lazar, parte civile con l’avvocato Samuele De Santis.

Rebeshi, per fargli interrompere le serate, avrebbe minacciato di morte lui e la sua famiglia: “Ti sbudello davanti a tua moglie e a tuo figlio, io sono peggio della mafia”. 

Il 15 ottobre sarà la volta di un altro supertestimone della procura, il pentito Sokol Dervishi, che sta scontando sei anni di reclusione per associaizone di stampo mafioso e la cui famiglia è sotto protezione.

Salvo novità, non sarà presente in aula, ma sarà ascoltato in collegamento video dal carcere dove si trova recluso. 

Silvana Cortignani


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