Viterbo – (sil.co.) – Banda del bingo, processo prescritto per sette sospetti funamboli. Undici anni fa, a Viterbo, avrebbero razziato 62mila euro in due giorni, traditi dalla videosorveglianza e dai cellulari tenuti accesi.
Il 16 e il 18 novembre 2009, avrebbero messo a segno due maxi furti nel capoluogo. Il primo ai danni del punto Snai di via della Palazzina, il secondo alla sala bingo di via Garbini, per un bottino, rispettivamente, di 12mila e 50mila euro.
Sono i sette arrestati nell’operazione congiunta di carabinieri e polizia denominata “Slot Machine”, scattata l’11 febbraio 2010, quando i banditi sono stati colti in flagrante durante un tentato colpo ad Acilia dove il funambolo di turno si era nascosto in un’intercapedine pronto ad aprire la porta nottetempo ai complici.
In manette con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata ai furti finirono Angelo Robertino Vinciotti, Gelu Titirica, Florin Driga, Mihai Danaila, Cristinel Bontoiu, Nicusor Marian Belecciu e Tibor Bajcsi, oggi di età compresa tra i 36 e i 51 anni.
Si sarebbero nascosti nei negozi e dopo l’orario di chiusura avrebbero messo a segno i loro colpi. Un trucco semplice, ma efficace. Per fare razzia, il più atletico del sodalizio si sarebbe nascosto negli esercizi commerciali durante l’orario d’apertura. Anche nelle intercapedini, se necessario.
I presunti banditi furono smascherati dalle analogie tra i colpi, caratterizzati dallo stesso modus operandi. Tutti i furti avevano in comune che le porte dei locali presi di mira non erano state forzate dai malviventi. E l’uso, ad esempio, degli stessi strumenti di scasso, cioè cacciavite e piedi di porco utilizzati per scassinare i videopoker e le slot machine e prenderne i soldi all’interno.
In orario d’apertura dei locali presi di mira, un infiltrato, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, avrebbe schermato i sensori degli allarmi con delle mascherine di plastica trasparenti e telefonato ai complici, appostati fuori con un furgone, mentre il “boss” avrebbe pattugliato la zona a bordo di una potente Bmw per controllare che non ci fossero in giro carabinieri o polizia.
Decisiva per l’accusa, l’analisi incrociata dei tabulati tra le telefonate catturate dalle celle dei luoghi dove sono stati commessi i furti, grazie alla quale emersero utenze di interesse, intestate a soggetti di nazionalità romena, che hanno dato impulso alle successive indagini, consentendoci di giungere all’identificazione di tutti i banditi. Non fu difficile, perché nelle ore notturne il traffico telefonico evidenziato dalle celle era limitato.
Il trascorrere del tempo non ha giovato alle indagini. Il processo si è chiuso senza né colpevoli, né innocenti. Ieri il collegio presieduto dal giudice Gaetano Mautone non ha potuto fare altro che prendere atto dell’avvenuta prescrizione e dichiarare il non luogo a procedere in seguito alla relativa estinzione dei reati per tutti gli imputati.






