Viterbo – “Io ti sbudello, io sono peggio della mafia”. Detto dal boss Ismail Rebeshi non una, ma svariate volte alla vittima, che mercoledì ha testimoniato in tribunale nel corso del processo all’operaio romeno Ionel Pavel, al parrucchiere Manuel Pecci e al falegname Emanule Erasmi, accusati a vario titolo davanti al collegio di furto, danneggiamento ed estorsione aggravati dal metodo mafioso.
“Dove ti trovo ti sbudello, anche davanti a tua moglie e a tuo figlio, so dove abiti”. Erano le minacce di morte del boss albanese di mafia viterbese Ismail Rebeshi a Ionut Lazar, l’organizzatore di serate da ballo per romeni alla discoteca Theatrò sulla Cassia Nord, stroncate sul nascere a suon di attentati incendiari e gesti intimidatori tra settembre e ottobre 2017.
“Rebeshi, hai vinto tu, chiudo. La discoteca è tua”
L’uomo, un 31enne d’origine romena, è tra coloro che, nonostante la paura lo abbia convinto a cessare l’attività, ha denunciato. E con lui l’imprenditore viterbese Chiovelli, anch’esso parte civile con l’avvocato Roberto Alabiso. Su 47 parti offese individuate dai pm Giovanni Musarò e Fabrizio Tucci della Dda di Roma solo 16 si sono costituite parte civile assieme all’associazione antimafia Caponnetto, allo sportello Sos Impresa e al Comune di Viterbo.
“Il clou sono state le quattro teste d’agnello e la testa di maiale appese sull’ingresso, fatte trovare a me e al proprietario del locale Fabio Chiovelli il 10 ottobre 2017. Il giorno dopo ho mandato a Rebeshi un messaggio in cui gli scrivevo ‘hai vinto tu, chiudo, la discoteca è tua’. Ma non gli è bastato, come faceva da prima dell’apertura ha continuato a dirmi che mi avrebbe sbudellato perché avrei dovuto chiedergli il permesso”.
“Si sapeva che era uno capace di tutto e che era a capo di una banda di criminali. Così una sera, all’ennesimo messaggio di minacce mentre tornavo a Grotte Santo Stefano con mia moglie e mio figlio piccolo in auto, sulla Teverina, ho ferrato una pattuglia dei carabinieri incrociata per caso e ho chiesto loro di scortarci a casa”. Il 31enne non avrebbe però mai sentito nominare l’altro presunto boss, l’italiano Giuseppe Trovato.
“Dovevate chiedermi il permesso, io sono peggio della mafia”
In aula Lazar ha ricostruito gli eventi che hanno visto sfumare il suo sogno imprenditoriale: un contratto di un anno col Theatrò, per due serate romene alla settimana, in cambio di un affitto e di una provvigione alla società titolare del locale, per un investimento sui 12mila euro e una prospettiva di guadagno attorno ai 60mila euro, considerato il tutto esaurito del debutto, il 30 settembre 2017, con un incasso di 4mila euro.
“Già nei giorni precedenti la prima serata Rebeshi, tramite il mio socio, ci aveva intimato di non aprire, dicendo che non gli avevamo chiesto il permesso e che non potevamo fare come ci pareva, sennò ci avrebbe pensato lui a chiudere la discoteca. Si vantava di essere molto pericolo, ‘peggio della mafia’, e di non avere paura di nessuno, neanche di polizia e carabinieri. La mattina dopo abbiamo trovato sbudellato a sprangate il furgone che avevamo preso a noleggio per farci pubblicità e che era parcheggiato davanti a Carabetta”.
Lunedì 2 ottobre 2017 la seconda serata ha preso subito una brutta piega. “Rebeshi voleva entrare, ma è stato bloccato all’ingresso dalla security, che era stata avvisata di non farlo passare. Verso le due di notte ha picchiato e caricato in macchina nel parcheggio una ragazza che in passato era stata sua dipendente. La sera dopo è stata bruciata l’auto di un’altra barista che era venuta a lavorare con noi”.
In vista della terza serata di sabato 7 ottobre sarebbero fioccate le minacce di morte tramite messaggi vocali: “Rebeshi diceva che Viterbo era sua, che albanesi e romeni erano suoi, che non dovevamo giocare col fuoco, minacciando la mia famiglia e anche Chiovelli e Luca Talucci (il presidente provinciale del Silb-Fipe, il sindacato gestori locali da ballo, ndr), che gli avevano fatto un dispetto”.
In una macelleria sulla Cassia le cinque teste mozzate di animali
Tra i testimoni il dipendente della macelleria di un supermercato sulla Cassia dove poco dopo le 20 del 9 ottobre di tre anni fa Trovato e Rebeshi hanno comprato le cinque teste mozzate di animali.
“Quella sera sono venuti due clienti che hanno fatto una richiesta insolita. Hanno acquistato quattro teste di agnello e una testa di maiale, chiedendo di lasciarle intere e non di smezzarle, come avviene di solito. Era la prima volta che qualcuno chiedeva una testa di maiale e quattro d’abbacchio tutte insieme e per giunta intere”, ha spiegato uno degli addetti al bancone, che pochi giorni dopo è stato convocato dai carabinieri, riconoscendo nei filmati della videsorveglianza interna i due, uno dei quali “indossava un vistoso anello al mignolo destro”.
Nel viaggio di rientro verso Viterbo, Rebeshi e Trovato commentano che uno degli addetti al reparto macelleria del supermercato aveva intuito la reale destinazione della merce acquistata e decidono di agire nella serata. Fanno tappa a casa del braccio destro Sokol Dervishi, in via Monfalcone, al Paradiso, lasciando in auto le due buste gialle con le teste mozzate e riuscendo poco dopo le 22 per andarle a collocare sull’ingresso del Theatrò.
Silvana Cortignani
