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Ci hanno mandati di nuovo tutti a casa, per colpe non nostre…

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Alfonso Antoniozzi

Alfonso Antoniozzi

Viterbo – Ci hanno di nuovo mandati a casa, malgrado una stagione estiva che faticosamente è riuscita a restare in piedi, malgrado tutte le precauzioni, malgrado tutti gli investimenti nei dispositivi di sicurezza, malgrado la serietà professionale di tutti gli operatori dello spettacolo. Ci hanno di nuovo mandati a casa.

Badate, non è che avessimo ripreso: ci stavamo solo rialzando lentamente, con fatica.

La filiera produttiva dello spettacolo dal vivo era ancora praticamente paralizzata. Il meccanismo delle “semi-sceniche”, delle “mises en place” che per il mondo dell’opera è stato la logica soluzione tampone per ottemperare alle norme igienico-sanitarie ha garantito un’offerta musicale, ha solleticato la creatività dei registi, ha fatto respirare alcuni artisti, ha dato sollievo al nostro pubblico che ha fame di musica.

Ma costumisti e scenografi non hanno lavorato se non in qualche sporadico caso, e con loro sono rimaste ferme le sartorie e le scenotecniche e i loro fornitori. Ferme le sarte, i parrucchieri, i truccatori, i danzatori, le figurazioni speciali. Fermi, da febbraio. Senza lavoro.

Eppure, ci stavamo rialzando.

Sono stato personalmente testimone e protagonista di questo processo, ho avuto la fortuna di mettere su due spettacoli. Uno, ad Ancona, con una piccola orchestra. Due tavoli, quattro sedie.

Uno a Venezia, la prima volta che dopo mesi l’orchestra rientrava a suonare nel golfo mistico e le sedie tornavano in platea. Neanche i tavoli, tre sedie. Abiti da concerto, nell’impossibilità pratica di mettere i costumi senza un pesante sforzo finanziario perché le norme impongono che i costumi vengano igienizzati, non un foglio di carta che potesse esser passato da un artista all’altro senza l’uso di guanti, termoscanner all’ingresso, test molecolari ripetuti, uso di mascherine in prova, distanze di sicurezza in palcoscenico, pubblico distanziato e mascherato.

Eppure funzionò, nell’emozione palpabile dei colleghi della Fenice che vedevano le sedie tornare in platea, l’orchestra tornare in buca, il teatro riprendere la sua forma.

Intorno a noi, giova ricordare, le discoteche erano aperte, la gente si assembrava, una qualsiasi diceva “non ce n’è coviddi” e prendeva oltre centomila followers su Instagram, le misure di sicurezza venivano applicate in maniera lasca se non completamente ignorate.

Ero alla Scala fino a domenica scorsa, il giorno della pubblicazione dell’ultimo Dpcm. Sarebbe dovuto accadere il medesimo miracolo: l’orchestra per la prima volta sarebbe dovuta rientrare in buca, sul palcoscenico la Bohéme nello storico allestimento di Franco Zeffirelli, completamente rimodulato per seguire le norme igienico-sanitarie.

La Scala chiede un tampone all’arrivo e testa l’intero teatro ogni quindici giorni, e proprio grazie a questo meccanismo stringente i casi di positività contratta altrove sono stati prontamente individuati e isolati mantenendo il teatro un luogo sicuro per lavoratori e pubblico. Messi i possibili contatti in quarantena fiduciaria, un giornale probabilmente in cerca di click titola “focolaio alla Scala” e noi a spiegare che no, non era così. Invano.

A Milano saliva la curva del contagio e abbiamo vissuto ogni giorno di prova come se fosse l’ultimo, e vorrei avere penna per descrivere cosa significhi andare a letto ogni sera pensando “chissà se domani si andrà al lavoro”, il che al netto dell’arte significa anche “chissà se posso contare su questo incasso” sia per l’artista che deve mettere il pane sulla tavola che per il teatro.

Eppure, si pensava, non possono chiuderci, abbiamo dimostrato nei fatti che il teatro è un posto sicuro, l’Agis ha appena comunicato che fino ai primi giorni di ottobre abbiamo avuto un solo contagiato su 350mila spettatori. Non ci chiuderanno.

Ci hanno di nuovo mandati a casa.

Il ministro piange su twitter e dice che non ci abbandonerà, ma noi non vogliamo l’elemosina di Stato. Noi avremmo voluto, ad esempio, che questi mesi fossero stati impiegati per ripensare i nostri contratti includendo una clausola di salvaguardia. Avremmo voluto sentire, magari, che i fondi destinati allo spettacolo sarebbero stati erogati solo a quei teatri che avessero onorato, anche solo parzialmente, i contratti saltati per via delle emergenze. Ci facciamo poco, con le lacrime del ministro.

Ci hanno di nuovo mandati a casa, noi che siamo stati costretti a metter su delle assurde parodie di uno spettacolo d’opera, noi che ci stavamo lentamente rialzando, noi che abbiamo lavorato nel rispetto delle norme, noi che con grande fatica abbiamo messo in sicurezza il nostro pubblico, noi che abbiamo rinunciato a larga parte degli incassi pur di tenere le porte del teatro aperte, noi che con imbarazzo abbiamo parlato ai colleghi che non lavoravano perché facevano parte di quella filiera che è rimasta ferma, noi che stavamo a guardare la gente che ballava e diceva non ce n’è coviddi, noi che leggevamo sbigottiti vaneggiare di fondi destinati a una “netflix della cultura”, noi che senza bombe carta e senza fumogeni e senza tafferugli non più tardi di due settimane fa siamo scesi pacificamente in piazza per difendere il nostro futuro, noi cittadini virtuosi, ci hanno mandati a casa, e con noi il pubblico che, faticosamente e con sacrificio, continuava a sostenerci.

Tutti a casa per colpe non nostre, per una sciagurata altrui gestione dell’estate che si rifiutava di accettare la realtà, per un’inspiegabile miopia amministrativa.

A casa, mentre là fuori la gente si assembra negli aerei, nelle metropolitane, negli autobus, negli scuolabus.

A casa.

Alfonso Antoniozzi


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