Viterbo – (sil.co.) – “Ho deciso di collaborare per mia figlia”, ha spiegato Sokol Dervishi, l’ex braccio destro dei boss di mafia viterbese, da un anno sotto protezione. Quindi ha spiegato: “La ‘ndrangheta a Viterbo? Un gioco da ragazzi”.
Conosciuto in città anche coi soprannomi di Codino e Nero, il 34enne albanese, che prima dell’arresto viveva con la famiglia in un appartamento di via Monfalcone, al Paradiso, è sposato e ha una bambina in tenera età.
“Per fare come la ‘ndrangheta a Viterbo non c’era bisogno di far salire i calabresi, facevamo da soli. Terrorizzare la gente era un gioco da ragazzi”, ha spiegato alludendo a quando la banda se ne andava in giro a bruciare macchine. Anche dei carabinieri.
Era luglio 2019, sei mesi dopo l’arresto nel blitz antimafia del 25 gennaio, quando il braccio destro di Ismail Rebeshi e Giuseppe Trovato ha scritto una lettera dal reparto di alta sorveglianza del carcere di Nuoro al pm Fabrizio Tucci.
Una missiva in cui si diceva pronto, per sua figlia, a confessare e svelare tutti i segreti del sodalizio criminale italo-albanese che ha messo a ferro e fuoco Viterbo per due anni, dall’inizio del 2017 alla fine del 2018.
Dopo quella lettera, Dervishi è stato poi interrogato dal pm a ottobre, esattamente un anno fa, e da allora la sua famiglia è sotto protezione e sua figlia al sicuro.
Condannato a sei anni con l’aggravante del vincolo mafioso l’11 giugno scorso, giovedì Dervishi è stato sentito dal collegio in videoconferenza nel carcere di Mammagialla nell’ambito del processo in cui viene contestato il metodo mafioso a Emanuele Erasmi, Manuel Pecci e Ionel Pavel.
Su sollecitazione del pm Tucci, si è parlato non solo delle vicende relative ai tre imputati, ma anche di ‘ndrangheta, dalle trasferte di Dervishi a Lamezia Terme con il boss d’origine calabrese Trovato ai viaggi di Rebeshi al meridione.
“Trovato faceva riferimento alla ‘ndrangheta, dicendo che farlo a Viterbo era un gioco da ragazzi. Noi siamo anche andati a Lamezia Terme a trovare i parenti di Trovato, che aveva i cugini ai domiciliari per omicidio e diceva di conoscere famiglie importanti. I calabresi invece non sono mai saliti su”, ha spiegato Dervishi.
Il collaboratore di giustizia ha quindi ribadito: “Fare come la ‘ndrangheta a Viterbo era un gioco da bambini. Era facile terrorizzare le persone, come volevano Rebeshi e Trovato”.
“Erano loro a dire come fare. Cominciavamo con l’incendiare le macchine poi se non bastava proseguivamo con le teste nozze di animali. Non c’era bisogno che salissero i calabresi a Viterbo, ci gestivamo da soli”.
“L’obiettivo era seminare il terrore per avere il potere. Trovato e Rebeshi non avevano bisogno di chiedere, loro dicevano e noi facevamo”, ha spiegato Dervishi che da uomo di fiducia di entrambi era ai vertici della “cupola”.
È durato oltre tre ore l’interrogatorio in carcere del collaboratore di giustizia che tra la fine del 2017 e l’estate del 2018 aveva già deciso di allentare i rapporti con il sodalizio criminale.
“Avevo la preoccupazione di come sarebbe cresciuta mia figlia piccola. A Natale 2017 sono stato per un periodo con la mia famiglia in Albania. Il mio pensiero era il futuro della mia bambina”, ha detto più volte. Pentito.
