Viterbo – (sil.co.) – Un processo infinito quello per la morte della neonata nata settimina e abbandonata dalla madre il 2 maggio 2013 in un cassonetto del Salamaro.
Riprende oggi davanti alla corte d’assise del tribunale di Viterbo il processo per omicidio volontario, occultamento di cadavere e esercizio abusivo della professione medica all’infermiere sessantenne di Tuscania Graziano Rappuoli che ha procurato alla madre, all’epoca ballerina di night, la ricetta del farmaco abortivo.
Titolare delle indagini della procura è il pubblico ministero Franco Pacifici. L’imputato è difeso dall’avvocato Samuele De Santis.
Questa mattina, salvo imprevisti, dovrebbero essere nominati i tre superconsulenti – il medico legale Giancarlo Carbone, il ginecologo Marco Sani e il tossicologo Alfio Cimino – cui affidare la perizia collegiale multidisciplinare disposta dal tribunale il 24 settembre dell’anno scorso.
Il conferimento dell’incarico, previsto lo scorso 31 marzo, è saltato di sei mesi a causa del lockdown a causa della pandemia di Coronavirus.
Nel frattempo, come si ricorderà, è stata condannata in via definitiva a cinque anni in appello la madre, Elisaveta Alina Ambrus, oggi trentenne, per la quale il reato è stato riqualificato in feticidio. La donna, secondo le ultime notizie, a marzo era ancora detenuta in un carcere di Londra, dopo essere stata rintracciata in Gran Bretagna, dove si sarebbe trasferita col figlio primogenito e il compagno dopo avere lasciato per sempre l’Italia.
Il motivo per cui si sono ulteriormente allungati i tempi del processo è che nessuna perizia tossicologica era stata effettuata per accertare se la Ambrus avesse veramente assunto il Cytotec, quanto ne acesse assunto e se abbia fatto effetto, inducendo il parto precipitoso che, secondo la difesa, essendo la donna al settimo mese di gravidanza e avendo giù partorito appena nove mesi prima, potrebbe essere stato del tutto naturale e avere casualmente coinciso con la nascita, a prescindere dall’assunzione o meno del Cytotec.

