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“Si arriva sempre alla tragedia quando i figli sono abbandonati a loro stessi”

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Paolo Crepet

Paolo Crepet

Jonathan Galindo

Jonathan Galindo

Napoli – “Si arriva sempre alla tragedia quando i figli sono abbandonati a loro stessi. Anni fa si giocava a Carmageddon, oggi i giochi sono decisamente peggio. E al peggio non c’è mai fine”. Come la morte di un ragazzino di appena 11 anni che si suicida, buttandosi dal decimo piano del palazzo nel quartiere Chiaia di Napoli, perché obbligato a “seguire l’uomo col cappuccio nero”, in un’inquietante escalation di sfide sempre più pericolose lanciate sul web.

“Se succedono questi drammi il motivo è da andare a ricercare nelle famiglie”. E’ fermo nella sua posizione lo psichiatra e opinionista Paolo Crepet, nell’analizzare il fenomeno Jonathan Galindo, un profilo falso dei principali social network, che, attraverso richieste di amicizia rivolte ai più giovani, li costringerebbe ad affrontare prove sempre più folli. Autolesioniste o, addirittura, mortali.

“I bambini vanno controllati – prosegue il professore – se gli lasci un computer libero per ore senza supervisione, non sai cosa fanno, non sai a cosa giocano e non sai a che ora giocano. Conosco personalmente giovanissimi che trascorrono notti intere davanti al pc. Sono figli di genitori disattenti, usando un eufemismo. Ma se i genitori hanno altro da fare non dovrebbero mettere al mondo dei figli”.

A riportare l’attenzione dell’opinione pubblica sui problemi legati ai social e al loro abuso da parte dei giovanissimi, la tragedia di Napoli. Nella notte tra il 29 e il 30 settembre, un 11enne si è gettato dal decimo piano del palazzo in cui abitava con la famiglia “per seguire l’uomo con il cappuccio nero”. E’ quanto ci sarebbe scritto in un bigliettino lasciato ai suoi genitori prima di compiere il folle gesto: “Mamma, papà vi amo ma devo seguire l’uomo col cappuccio. Ho paura”.

Paura a cui però non avrebbe fatto seguire alcuna richiesta d’aiuto. “E’ normale – conclude Crepet – il bambino una volta entrato in questa rete, in questo meccanismo, non chiederà mai aiuto perché si crede legittimato ad andare avanti, perché crede di saper affrontare la situazione. Perché crede di poterlo fare, dato che i genitori fino a quel momento glielo hanno lasciato fare…e lui continuerà a giocare”.

Barbara Bianchi


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