Roma – Il soccorso delle vite in mano come obbligo costituzionale e internazionale, il divieto di espulsione e respingimento di chi nel proprio paese rischia torture o trattamenti inumani e a cui va riconosciuta la protezione speciale. Il diritto a essere accolti e integrati.
Sono questi i punti fondamentali del nuovo decreto sicurezza, percorsi nei nove articoli dedicati all’immigrazione, che mandano definitivamente in “pensione” i decreti Salvini. Il testo proposto dalla ministra dell’interno Luciana Lamorgese è stato approvato ieri nel corso del consiglio dei ministri, dopo una complessa mediazione tra le due anime del governo, quella di Pd e Leu che spingeva per il superamento dei provvedimenti di leader della Lega, ex ministro dell’interno e il M5S che voleva limitarsi a recepire le osservazioni del presidente della Repubblica.
“Da oggi i decreti Salvini fanno parte del passato. Il lavoro impegnativo di questi mesi al Viminale con il ministro Lamorgese e quello del tavolo dei partiti di maggioranza ha dato i suoi frutti. È la fine della propaganda e l’inizio di una stagione nuova. L’approvazione del nuovo decreto immigrazione è per me una grande soddisfazione”, dice il viceministro all’interno Matteo Mauri, del Partito democratico.
A festeggiare anche il presidente della regione Lazio, Nicola Zingaretti: “I decreti propaganda/Salvini non ci sono più. Vogliamo un’Italia più umana e sicura. Un’Europa più protagonista”, annuncia su Twitter.
Il nuovo decreto su immigrazione e sicurezza prevede un ritorno al “sistema di accoglienza e integrazione”. Il testo interviene sulle sanzioni relative al divieto di transito delle navi nel mare territoriale. Si prevede che, nel caso in cui ricorrano i motivi di ordine e sicurezza pubblica o di violazione delle norme sul traffico di migranti via mare, il provvedimento di divieto sia adottato, su proposta del ministro dell’interno, di concerto con il ministro della difesa e con il ministro delle infrastrutture, previa informazione al presidente del consiglio. Per le operazioni di soccorso, il divieto non si applicherà se vi sia stata la comunicazione al centro di coordinamento e allo stato di bandiera e siano rispettate le indicazioni della competente autorità per la ricerca ed il soccorso in mare. In caso di violazione del divieto, secondo la disciplina vigente del codice della navigazione, è prevista la reclusione fino a due anni e una multa da 10.000 a 50.000 euro. Sono quindi eliminate le sanzioni amministrative introdotte in precedenza.
Il decreto, inoltre, riforma il sistema di accoglienza destinato ai richiedenti protezione internazionale e ai titolari di protezione, con la creazione del nuovo “sistema di accoglienza e integrazione”. Le attività di prima assistenza continueranno ad essere svolte nei centri governativi ordinari e straordinari. Successivamente, il sistema si articolerà in due livelli di prestazioni: il primo dedicato ai richiedenti protezione internazionale, il secondo a coloro che ne sono già titolari, con servizi aggiuntivi finalizzati all’integrazione.
Per quanto riguarda la protezione internazionale degli stranieri, la normativa vigente prescrive il divieto di espulsione e respingimento nel caso in cui il rimpatrio determini, per l’interessato, il rischio di tortura. Con il nuovo decreto sull’immigrazione, si aggiunge a questa ipotesi il rischio che lo straniero sia sottoposto a trattamenti inumani o degradanti e se ne vieta l’espulsione anche nei casi di rischio di violazione del diritto al rispetto della sua vita privata e familiare. In tali casi, si prevede il rilascio del permesso di soggiorno per protezione speciale.
Sempre in materia di condizione giuridica dello straniero, il nuovo decreto su immigrazione e sicurezza affronta anche il tema della convertibilità dei permessi di soggiorno rilasciati “per altre ragioni” in permessi di lavoro. Alle categorie di permessi convertibili già previste, si aggiungono quelle di protezione speciale, calamità, residenza elettiva, acquisto della cittadinanza o dello stato di apolide, attività sportiva, lavoro di tipo artistico, motivi religiosi e assistenza ai minori.
Arriva anche un inasprimento delle pene per il reato di rissa e il daspo dai locali pubblici e di intrattenimento per chi sia stato denunciato o condannato per atti di violenza fuori da un locale. Una norma che aumenta le pene per chi abbia partecipato a una rissa, facendo salire la multa da 309 a 2000 euro e la reclusione – se qualcuno resta ferito o ucciso nella rissa – da un minimo di sei mesi a un massimo di sei anni (ora va da tre mesi a cinque anni). Per i protagonisti di disordini o di atti di violenza il questore può disporre il daspo da specifici locali o esercizi pubblici: se violato c’è la reclusione fino a due anni e una multa fino a 20.000 euro. Si rafforza il cosiddetto “Daspo urbano”, rendendo possibile per il questore l’applicazione del divieto di accesso nei locali pubblici anche nei confronti dei soggetti che abbiano riportato una o più denunce o una condanna non definitiva, nel corso degli ultimi tre anni, relativamente alla vendita o cessione di sostanze stupefacenti o psicotrope.
Sono previste disposizioni per rendere più efficace l’esercizio delle attività del garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. Si estende il meccanismo dell’oscuramento, già utilizzato per il contrasto alla pedopornografia online, a quei siti che, sulla base di elementi oggettivi, devono ritenersi utilizzati per la commissione di reati in materia di stupefacenti.
Introdotta anche una modifica voluta dal ministro di grazie e giustizia Bonafede. Per chi agevola il detenuto al 41bis nelle comunicazioni con l’esterno (anche di tipo diverso da quelle con cellulare) la pena è alzata da 1 a 4 anni a 2 a 6 anni. Nei casi di ipotesi aggravata – ovvero se il reato è commesso da pubblico ufficiale, da incaricato di pubblico servizio o da chi esercita la professione forense – il reato passa 2 a 6 anni a 3-7 anni. Nel regime precedente al decreto sicurezza il reato si configurava come illecito disciplinare sanzionato all’interno del carcere.
