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Viterbo – Uccise il compagno di cella, condannato a 14 anni.
Si è chiuso così davanti alla corte d’assise presieduta dal giudice Gaetano Mautone il processo per omicidio volontario aggravato dai futili motivi a Singh Khajan, il 35enne indiano che la sera del 29 marzo 2019 ha massacrato con una decina di colpi di sgabello il compagno di cella, il viterbese di 61enne Giovanni Delfino che stava scontando pochi mesi di reclusione per un cumulo di pene.
La testa della vittima fu trovata fracassata in una pozza di sangue.
Il pm Franco Pacifici ha chiesto una condanna a 23 anni, in virtù della seminfermità di mente.
L’avvocato di parte civile Carmelo Antonio Pirroni e il difensore Antonio Maria Carlevaro hanno chiesto il non luogo a procedere per la non imputabilità dell’imputato per totale incapacità di intendere e di volere.
Il legale dei familiari della vittima, in particolare, chiedendo il vizio totale di mente, ha sottolineato: “È emerso, nel caso specifico, che il carcere, quel carcere, non è stato in grado di tutelare i detenuri”.
“L’ho ucciso perché non mi faceva vedere Rai Uno e non mi dava l’accendino”, ha detto l’omicida agli agenti penitenziari, chiedendo di fumare subito dopo il delitto.
Per lo psichiatra Giovanni Battista Traverso, che ha effettuato la perizia dell’imputato per il tribunale, il segno di una scemata ma non totale capacità di intendere e di volere.
Questa mattina Sing ha rilasciato spontanee dichiarazioni senza parlare dell’uccisione del compagno di cella, ma facendo riferimento ai suoi problemi sessuali.
“Ce l’ho piccolo, non funziona più, non sono più maschio, non posso fare sesso, sono triste, sempre nervoso, per questo ho dato fuori di testa. Sono tanto dispiaciuto”, ha detto, tradotto dell’interprete.
Al momento del delitto era giunto in Italia da appena nove mesi.
Silvana Cortignani


