Viterbo – (s.c.) – La signora Maria Rita Santoni Bastianini classe 1938, nota insegnante viterbese e scrittrice per passione, con un’altra sua novella ci trasporta ancora nella Viterbo di tanti anni fa, dentro al negozio di alimentari sotto la torre che stava nell’angolo tra via Saffi e via della Pace, quando la città era tranquilla e i rapporti umani erano importanti, e ci insegna l’inestimabile valore di mestieri ormai scomparsi.
Attraverso gli occhi stupefatti di una bambina, ci troviamo trasportati in un tempo lontano che sembra rimasto sospeso come in un mondo fiabesco e ne viviamo intensamente profumi, colori e sensazioni in prima persona.
Il negozio sotto la torre
La gente lo conosceva così, perché era ubicato proprio sotto la torre che si trova, vicino alla chiesa di San Giacomo, attaccata alla piccola salita che anche allora portava alla stazione dei carabinieri. Quel negozio, e si parla del secondo dopoguerra, vendeva generi alimentari e di norcineria: i proprietari erano due cugini, Peppe e Angelino, uno religiosissimo, sereno e sorridente sempre, dalle battute scherzose e allegre; l’altro più serio, quasi calvo, ponderato e dalla voce bassa.
Quando entravi, t’investiva un profumo di buono, di caldo, di appetitoso, che ti saresti mangiato tutto. E lì di prelibatezze ce n’ erano quante ne volevi: all’entrata facevano bella mostra di sé una dozzina di prosciutti, appesi per aria con dei ganci, che nemmeno un vento di burrasca sarebbe riuscito a farli dondolare, tanto erano pesanti. Sul pavimento, sempre all’ingresso, c’erano a destra e a sinistra, due colonne di grosse forme di formaggio, nere, pesanti, che un solo uomo, afferrandole con entrambe le braccia, non avrebbe mai sollevato. Seguiva un monte di baccalà, innalzato in modo da formare un cilindro, con sopra un cartello con scritto “stoccafisso” e allora non capivo perché la scritta non fosse semplicemente “baccalà”.
Quelli che davano colore erano i sacchi di tela grezza, pieni di fagioli borlotti, cannellini bianchi, ceci, lenticchie e farina di polenta, gialla come l’oro. Ognuno aveva infilzato un cartellino con il prezzo. La pasta stava riposta in un grande scaffale appoggiato alla parete opposta, bianco, di legno e diviso in tanti quadrati, dai quali facevano capolino spaghetti, linguine, fettuccine e bucatini. Sotto c’erano dei cassettoni con la pasta corta, due o tre tipi solamente, come rigatoni, penne e mezze maniche, non c’era la pasta all’uovo, perché ogni massaia se la faceva da sé.
Il bancone era lungo, con mattonelle bianche e al centro c’era quella che raffigurava, in rosso, il capo di un porcellino mezzo sorridente. Dal vetro, che si sopraelevava dalle mattonelle, si vedevano provoloni tagliati a metà, mortadelle grandi e profumate, salami ammucchiati secondo la grandezza, cassette di alici, di aringhe, cestini di uova, cassetti di vetro con burro e mozzarelle e barattoli aperti dove stava la conserva di pomodoro, che, allora, si comprava ad etti.
Ma il negozio sotto la torre, non finiva qui: vendeva anche il pane e la pizza che veniva fornita da due ditte viterbesi, De Santis e Selvaggini.
Alle 10 di mattina, se entravi per la spesa, quel profumo caldo di cose buone ti faceva svenire e chiedevi subito: “Angeli’, un po’ un pezzetto di pizza, che poi me la segnate sul conto!”. Era croccante e sottile, una delizia.
Il giovedì sera, si mettevano a bagno nel lavandino quadrato e profondo, che occupava un angolo del negozio, il baccalà e i ceci per il venerdì e Peppe, prima di chiudere il negozio, cambiava l’acqua e girava i baccalà, perché si bagnassero bene.
Quello che più importava era che i clienti fossero contenti, clienti-amici, che si chiamavano per nome:
– “Sora Luci’, ho messo via le cotichette di prosciutto, le volete per i fagioli in umido?”
– “Grazie Angeli’, quant’è?
– “Niente vi pare! E’ roba da poco”.
Oggi tutto questo non esiste più e i piccoli negozi lasciano il posto ai lucidi e asettici supermercati, dove c’è sempre fretta, dove non si regalano le cotichette, dove non si saluta dicendo : “Ci si vede domani eh?”.
E così, il negozio sotto la torre, non è più il “pizzicarolo” che vende “mezz’etto di conserva per il sugo”.
Forse vende computer che non parlano con la gente, ma chissà, un domani, uno di essi racconterà che lì, una volta, tanto tempo fa, quando la gente non era tutta colta e alla moda, Peppe e Angelino, alla cliente che entrava chiedevano: “Sora Mari’, come sta vostro marito?“.
Maria Rita Santoni Bastianini

