Viterbo – “Stiamo più a lottare che a lavorare”. L’ha detto Riccardo Scuderi. Da sempre una famiglia di imprenditori. Con punti vendita al centro e Marella in franchising.
“La paura è salita su per le ossa a tutti”, ha aggiunto Elvira Fatiganti. Lei invece fa la sindacalista, segretaria del UilTucs. “La situazione è molto brutta”, ha sottolineato Simonetta Milioni, edicolante. Infine Monia Valdannini: “un altro lockdown sarebbe un disastro totale”.
Viterbo – Corso Italia dopo le 18
Quattro persone che hanno in comune una cosa. Tutte lavorano a Corso Italia a Viterbo dove, dopo le 6 di sera, quando alcune attività chiudono su disposizione del governo per il contrasto al Covid, è come se fosse metafisica pura. Non c’è quasi nessuno. Un quadro di De Chirico dove ci sono solo gli edifici e nemmeno l’ombra di una persona. Con un’aria rarefatta attorno che quasi fa paura. E la paura è la peggio cosa che possa mai capitare. Ma è quella che si respira. Lo dicono i commercianti. Si percepisce, vede e tocca. “Per paura della morte – dice un proverbio – il tizio s’ammazzò”. Il Covid ha messo in ginocchio questa parte di centro storico rischiando di distruggere anche ciò che non gli tocca. L’economia di una parte della città che un tempo era tra le più fiorenti e importanti di tutta Viterbo. E anche un punto di riferimento per la Tuscia. Poi la crisi successiva al 2008, scelte politiche sbagliate e investimenti che non hanno dato i frutti sperati, hanno fatto il resto. Fino al colpo alla nuca del Coronavirus. Un paziente che non è ancora morto, Corso Italia, ma che se arriva una seconda chiusura totale, a sentire un po’ tutti, lo sarà di sicuro.
Viterbo – L’imprenditore Riccardo Scuderi
“Partiamo dal presupposto – dice Scuderi – che stare aperti ci dà una possibilità in più di lavorare. Allo stesso tempo, però, le istituzioni che dicono di non uscire di casa, diffondendo così la paura, è un controsenso. A noi ci fanno stare aperti, poi invitano la gente a non andare in giro. Noi stiamo più a lottare che a lavorare, e come me ci sono altri colleghi”.
Viterbo – Un negozio di Riccardo Scuderi
“Una ripresa dopo il lockdown – aggiunge poi Scuderi – c’è stata, derivante dalla voglia di uscire da parte della gente. Adesso siamo tornati ai primi di marzo, con il si chiude e non si chiude, con la gente che ha timore a uscire. Insomma, ci troviamo a vivere in un’altra fase dura”.
E tutto questo, fra l’altro, in un posto del centro, Corso Italia, che, come Scuderi stesso ha detto, “è uno dei luoghi più sicuri”. Perché? Elementare, “sta all’aperto”.
E sulla possibilità di un altro lockdown, Riccardo Scuderi è pragmatico. “C’è da dire una cosa – spiega infatti -. Se sono costretto a chiudere, preferisco adesso per 15 giorni e non a dicembre con il Natale. Il Natale per noi commercianti è essenziale. Non fare il Natale non riesco neanche ad immaginarmelo. Gran parte del nostro fatturato deriverà da lì”. E quest’anno, rispetto allo scorso, il calo di fatturato a Corso Italia per Scuderi potrebbe aggirarsi attorno al “35% buono”, come lui stesso ha evidenziato.
Viterbo – La sindacalista Elvira Fatiganti (sulla destra)
La paura. Quella che, come ha sottolineato Fatiganti, sembra essere salita su per le ossa un po’ a tutti.
Fatiganti c’ha alle spalle anni di sindacato. Una donna in mezzo a un mondo fatto quasi esclusivamente di soli uomini. Ma non viene tirata in causa come sindacalista. Ma come persona che la mattina s’alza e va a lavorare al Corso. Un profilo e uno sguardo diverso rispetto a quello dell’economia che caratterizza questa zona a cavallo tra via Mazzini e San Faustino. E dove un tempo, a un passo, proprio alle spalle della chiesa di Sant’Egidio oggi chiusa, scorreva l’Urcionio. Quello che fa Fatiganti è un racconto però e proprio. Quello che le passa sotto il naso al giorno, quando s’affaccia dalla finestra al civico 68. in Corso Italia.
“La situazione è molto critica – dice subito Fatiganti -. Parlo da cittadina che lavora a Corso Italia. La sede della Uil è qui, da tantissimi anni. E ogni mattina scendo a prendere un caffè, e ogni tanto prendo una pausa e mi affaccio dalla finestra. Per il Corso non c’è più nessuno. Commesse e commessi che stanno sulla porta, e nemmeno un’anima in giro. La gente ha semplicemente paura e dopo le sei, quando chiudono bar, pasticcerie eccetera, va a casa. Per la gente il coprifuoco inizia alle 18, non alle 22. E’ una situazione stranissima, surreale. Come un elastico che viene tirato fino al punto di rompersi. Ecco, a vedere questa situazione, è come se qualcosa si fosse rotto. E si fosse rotto proprio sul piano della fiducia, della certezza e del voler stare insieme. E’ come se, dopo le 18, morissimo tutti quanti insieme”. Micidiale.
Viterbo – Corso Italia dopo le 18
“Una volta – prosegue Fatiganti – sono scesa di sotto al Corso a fine lavoro, dopo le 18. Eravamo solo io e il tabaccaio. Tant’è vero che, vedendo tutt’attorno buio e nient’altro, e avendo parcheggiato la macchina a Valle Faul, si è offerto di darmi un passaggio. Poi sono andata via per conto mio. Ma lui s’era veramente preoccupato. E francamente pure io. Poi alla fine, insomma, non c’è nulla da temere. Ma è come se la paura fosse salita su per le ossa un po’ a tutti. Durante la settimana non vedi nessuno. Quella che era una volta la vasca, adesso è definitivamente sparita, dileguandosi nel corso degli ultimi vent’anni, fino al colpo di grazia del Covid. Il fine settimana torni a vedere in giro la gente, ma questo grazie anche al fatto che i centri commerciali sono chiusi”.
“Io sto al fianco dei commercianti – conclude la sindacalista – perché vivo la giornata su Corso Italia. E capisco tutta la loro preoccupazione. E li sosteniamo e sosteniamo i loro dipendenti, qualsiasi cosa abbiano bisogno le imprese e i lavoratori”.
Viterbo – La commerciante Monia Valdannini
Scese le scale della Uil, sulla destra, dalle parti della banca, c’è Monia Valdannini di Lollipop. Il negozio di caramelle. E un negozio di caramelle al Corso c’è sempre stato. Il suo, quello di Monia, sembra un dipinto di Andy Warhol, l’artista americano.
“Da due settimane a questa parte – commenta Valdannini – il lavoro è calato tanto, tanto, tanto”. Ed è lei a ripeterlo tre volte. “Durante la settimana non c’è nessuno né di mattina né di pomeriggio. La gente c’è nel fine settimana. Questo anche perché i centri commerciali sono chiusi e questo ci dà una mano. Finché non ci chiudono pure qui. Poi tanta gente interpreta male quello che gli viene detto. Ad esempio tanti ragazzini attorno alle sei che vengono al negozio gli senti dire ‘dobbiamo andare, dobbiamo andare perché altrimenti dopo le 6 ci chiudono le strade e non ci fanno più passare. E questo sappiamo che non è vero. Anche nelle strade e piazze chiuse si può transitare senza fermarsi. Ma è difficile farglielo capire tanta è diventata la paura. Oppure le persone capiscono male quello che gli viene detto. Poi, ripeto, c’è tanta paura, perché se chiudono di nuovo la gente ci pensa a spendere”.
Viterbo – Il negozio di Monia Valdannini
“Un’altra chiusura totale – aggiunge Valdannini – sarebbe semplicemente un disastro totale. Con il primo lockdown non eravamo tanto preparati, siamo stati colti all’improvviso. Lo stato non ci ha aiutato tanto, il comune non ci ha aiutato tanto. Le tasse sono arrivate lo stesso e sono anche aumentate. Non è che c’è stato tutto questo grande aiuto. Un altro lockdown è duro.
Viterbo – L’edicolante Simonetta Milioni
A un palmo dalla chiesa del Suffragio, anch’essa splendida al Corso, c’è infine un’edicola che, a guardarla bene, sembra una delle casette nel bosco delle fiabe dei fratelli Grimm. Dentro, in fondo a un tunnel di giornali che pendono dappertutto come i rami di un albero, ci sta Simonetta Milioni.
Viterbo – L’edicola di Simonetta Milioni
“La situazione – dice lapidaria Simonetta – è molto brutta. La gente in giro è veramente poca. La gente ha paura di uscire. Poi adesso c’è il rischio di un altro lockdown generale. Non so come andremo a finire. Per noi edicolanti significherebbe che ci fanno aprire perché siamo servizio essenziale, non si sa il perché, ma ci fanno stare aperti anche perché così alla fine non ci devono neanche dare niente. Il punto è che anche i nostri incassi sono allo zero”. Un’eliminatoria che rischia di andar dritta alla fine.
Daniele Camilli








