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Viterbo – (ma.ma) – “Gigi non ti faceva pesare la grandezza del suo talento, ci trattava come un padre di famiglia”. E’ così che Elisabetta Lupetti ricorda Gigi Proietti. Ieri la scomparsa dell’attore romano, proprio nel giorno del suo 80esimo compleanno. Il Maresciallo Rocca, a cui Viterbo e il grande pubblico era tanto affezionato, se ne è andato in maniera quasi inaspettata.
Proietti era ricoverato da un paio di settimane in una clinica di Roma per problemi cardiaci. Le sue condizioni si sono aggravate domenica sera. La notizia della morte alle 5,30 di ieri mattina.
“Oggi (ieri nrdr) è una giornata molto triste – racconta Elisabetta Lupetti -. Appena alzata ho visto su Facebook i primi annunci di condoglianze e ho avuto un tuffo al cuore. Proprio domenica sera avevo pensato di mettermi in contatto con lui e scrivergli per il suo compleanno. Poche righe, ma che per me e lui hanno un senso e sono un legame: ‘Guarda Gigi. Io oggi finalmente canto’. Purtroppo non ho fatto in tempo”.
Già, perché a legare Elisabetta Lupini e Gigi è l’amore per l’arte, per lo spettacolo. E anche il canto. “Dopo giornate intere di prove – aggiunge Elisabetta – passavamo serate bellissime. Attori e ballerini insieme a parlare, a cantare. In una di queste sere lui mi disse: “Io ti devo far cantare, hai una voce bellissima”. Io non pensavo di essere portata per il canto e cercai di dissuaderlo. Allora lui si mise al piano, insieme con il maestro Vessicchio, e cercò di farmi intonare qualche canzone. E pensare che poi negli anni ho imparato a cantare. La musica è diventata parte della mia vita, anche grazie a lui”.
La carriera di Elisabetta Lupetti inizia da giovanissima con le sfilate a Firenze per grandi nomi della moda in occasione di Pitti gioielli, Cosmocroff e Mias. Successivamente l’incontro con i fratelli Vanzina, con Neri Parenti e quello con Tinto Brass. Con il maestro del cinema erotico italiano due film: ‘Snack Bar Budapest’ e ‘Paprika’. Poi la passione per la musica: si è trasferita in Brasile dove ha esportato la sua associazione ‘Liz e i suoi’, nata per tutelare la musica, l’arte e le tradizioni italiane.
Elisabetta però ha partecipato anche a programmi televisivi. E’ stata al fianco di Gigi Proietti, Renzo Arbore e Maurizio Costanzo. Ha preso parte alla serie “I ragazzi della terza C”.
Con Proietti quattro mesi di intenso lavoro al Teatro Verdi di Montecatini Terme per la trasmissione ‘Di che vizio sei’. “Ho conosciuto Gigi tramite Enzo Mirigliani, il patron di Miss Italia – racconta -. Enzo mi vide alla Taverna Flavia, ristorante romano frequentato da artisti e dove io ero un’habitué. Mi vide mentre scherzavo e facevo battute al tavolo. Allora mi fece chiamare dal proprietario del ristorante e, dopo essersi presentato, mi disse: ‘Guarda che Gigi sta cercando delle ragazze formose e simpatiche. Ti ho sentito dire delle battute e delle barzellette nella tavolata. Mi sembra che tu rappresenti quello che lui sta cercando per una trasmissione sulla Rai’. Non riuscivo a crederci. Ai tempi era possibile entrare in tv per merito. Oggi anche se hai talento è difficilissimo. Devi avere la politica dalla tua parte”.
E’ così che è iniziata la collaborazione artistica tra Elisabetta e Proietti. Un provino che sembrava non essere andato nel migliore dei modi e che invece si è trasformato, grazie a una battuta felice, in una grande occasione. “Nei giorni successivi andai al provino che mi aveva indicato Enzo – racconta Elisabetta -. Ero con le Ragazze Coccodè e dovevo fare un balletto. Io però ero negata e Gigi se ne accorse. Venni scartata. Però, mentre stavo andando via, a testa bassa e con gli occhi lucidi, lui mi richiamò. Mi disse: “Torna indietro”. Allora mi venne la felice idea di toccarmi le tette e feci una battuta: “Io non so ballare, ma ho due tette da paura”. E lui rispose: “Ecco io sto cercando una come te. Passa nel cabaret”.
Elisabetta ricorda che il grande dono di Proietti, oltre quello artistico, era quello di saper vedere il talento negli altri: “Lui sapeva scegliere. Se tu eri un giovane attore talentuoso, anche se sconosciuto, con lui potevi avere una chance. Sapeva riconoscere se una persona aveva stoffa. Lui ti aiutava. Lui era un buono”.
“Di me – continua Elisabetta – apprezzava l’ironia accostata alla fisicità. Io sono una formosa, ma lui mi diceva che questo poteva essere il mio punto di forza. Lui diceva che era difficile apprezzare, perché solo gli americani ci riuscivano, una donna alta, appariscente e ironica. E questo perché, diceva lui, è difficile incontrare queste caratteristiche in una sola persona”.
Il ricordo di Elisabetta va al grande uomo, ma anche al grande attore: “Lui era un estemporaneo. Andava a braccio. Io ho imparato molto da lui. Ovviamente dovevi sapere la traccia del copione, ma poi inventavamo la battuta al momento. Era un vero e proprio talento. Era anche un insegnante esigente. Però, se capiva che avevi le giuste doti, ti dava fiducia. Era anche umile, qualche volta ti chiedeva lui dei consigli”.
E sulla scia dei ricordi, due aneddoti. Il primo: “Ogni tanto gli piaceva bere in compagnia qualche bicchierino di Vecchia Romagna. Una sera eravamo tutti insieme. Scherzavamo, canticchiavamo al pianoforte. Poi siamo rimasti io e lui. E mi disse: “Lo sai che ti potrei quasi saltare addosso”. Ovviamente avevamo un rapporto tale per fare certe battute. E io risposi: “E dai, vediamo”. E alla fine tanto voleva saltarmi addosso che si addormentò sul divano con la bottiglia in mano. Alle 5 e mezza si è svegliato e ha esclamato: “Ma che me so’ perso la Lupona”. Mi chiamava così per le mie forme e per la battuta che avevo fatto nel giorno del provino. Gigi era così: allegro e compagnone con tutti. Non ti faceva pesare la grandezza del suo talento. Quando mangiavamo tutti insieme, ballerini e attori facevano a gara per stare al tavolo con lui. Spesso si riposava su un divano e noi tutti a tirargli le orecchie o a dargli dei pizzicotti. Ci trattava come un padre di famiglia”.
Il secondo, sul set del Maresciallo Rocca. “Era in compagnia di Sergio Fiorentini, che vestiva i panni del brigadiere Cacciapuoti, e si stavano preparando per una scena. Io volevo salutarlo, ma la polizia locale disse che non era possibile. Allora gli feci un cenno da lontano, mentre stava salendo sulla sua roulotte. E lui disse: ‘Anvedi la Lupona. Aspettami, mangiamo qualcosa insieme'”.




