Viterbo – Boom di stranieri nella Tuscia, soprattutto domestici e giardinieri cingalesi. Entrati in Italia col trucco secondo la procura della repubblica di Viterbo, che nei primi anni del corrente millennio si è resa protagonista d una serie di indagini a tappeto per sospetto favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Tra le inchieste che hanno suscitato maggiore scalpore ci fu “Coast to coast” della pm Paola Conti, sfociata all’alba dell’ormai lontano 18 marzo 2009 in 5 arresti ai domiciliari, 7 obblighi di firma, 8 appartamenti sequestrati tra Viterbo e Canepina e 65 indagati a piede libero.
Fra un paio di mesi per l’ultima decina di indagati ancora a processo la vicenda, tra i quali una dipendente dell’ufficio provinciale del lavoro, salvo improbabili colpi di scena, dovrebbe chiudersi con la pietra tombale della prescrizione.
In manette, con l’ipotesi di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento a scopo di lucro dell’ingresso in Italia di extracomunitari in violazione delle norme sull’immigrazione, finirono una professionista, un’impiegata dell’ufficio provinciale del lavoro, un dipendente di una società partecipata e due cingalesi.
Il processo, per via dell’imponente mole di indagati, è entrato nel vivo soltanto il 30 maggio 2019, a distanza di dieci anni dal maxiblitz congiunto di carabinieri e polizia. E ieri, quando in teoria avrebbero dovuto essere sentiti altri quindici testimoni dell’accusa, il pubblico ministero ha operato una riqualificazione del reato in virtù degli aggiornamenti normativi intervenuti nel frattempo, chiedendo la prescrizione per l’ultima decina di imputati rimasti.
Per motivi “formali” il collegio, a sorpresa, ha rigettato però la richiesta, che sarà riformulata correttamente per l’udienza straordinaria fissata per le ore 12 del 21 gennaio 2021.
Già nel 2015, quando in cinque sono usciti dal processo patteggiando, le difese avevano chiesto la derubricazione del reato da favoreggiamento dell’immigrazione clandestina a scopo di lucro (per cui sono previste pene severissime, da 5 a 15 anni, come gli scafisti), a semplice favoreggiamento dell’ingresso illegale.
Al centro dell’inchiesta un presunto traffico a scopo di lucro di decine di cittadini dello Sri Lanka, che sarebbero stati fatti entrare in Italia col trucco di finti contratti di lavoro come colf, giardinieri, badanti, in cambio di somme tra i 4mila e i 7mila euro. Gli immigrati, secondo l’accusa, venivano licenziati non appena toccato il suolo nazionale, avendo però maturato il diritto a restare un anno nel Belpaese.
Lungo e tormentato il prosieguo giudiziario della vicenda. Il 26 aprile 2012 in 46 sono comparsi davantial gup Francesco Rigato. Il 15 giugno 2015 sono stati rinviati a giudizio una quarantina di imputati, per quello che sulla carta doveva essere il processo più imponente mai celebrato al tribunale del Riello. In cinque nel frattempo sono usciti di scena, tra i quali una consulente del lavoro, patteggiando pene tra gli 8 e i 16 mesi, con multe tra i 12mila e i 16mila euro.
Il 27 febbraio 2017, quando è stata celebrata la prima udienza davanti al collegio, gli imputati si sono dimezzati, passando da 42 a 22 in seguito a una pioggia di prescrizioni. Il 27 settembre 2018, davanti al collegio presieduto dal giudice Elisabetta Massini, sono rimasti in 9 dopo che una ulteriore raffica di prescrizioni, per 11 italiani e 3 stranieri, ha ridotto gli oltre sessanta indagati iniziali a nemmeno una decina.
A processo una dipendente dell’ufficio del lavoro
Alla sbarra sono rimasti quattro stranieri e cinque italiani, tra i quali una dipendente dell’ufficio del lavoro, Giannarosa Santini, difesa dall’avvocato Angelo Di Silvio. Contro di lei si è costituito parte civile il ministero del lavoro. L’inchiesta è partita in seguito a una segnalazione di alcuni colleghi dell’ispettorato del lavoro, insospettiti dai movimenti della donna. Secondo l’accusa, avrebbero fatto in modo che gli extracomunitari venissero in Italia alle dipendenze di imprenditori italiani. Una volta in Italia venivano poi licenziati, avendo ottenuto, in cambio, dodici mesi di tempo per regolarizzare la propria posizione in Italia oppure in un altro paese europeo.
“Una pioggia di domestici in famiglia, troppi per non insospettire”
“Una pioggia di domestici stranieri in famiglia, troppi per non insospettire”. Il maresciallo Christian Masci, responsabile del nucleo carabinieri dell’ispettorato del lavoro, ha spiegato in aula come i sospetti sull’impiegata dell’ispettorato (addetta al controllo della regolarità delle domande) siano sorti quando una collega e la direttrice si sono accorte dell’incredibile quantità di domestici che si apprestava ad assumere assieme a tutta la famiglia (almeno uno a testa per compagno, figlia, ex marito, fratello, cognata, due nipoti e la moglie del nipote). Per giunta tutti alloggiati sulla carta nei medesimi appartamenti, tra Viterbo, San Martino, Canepina. Ad esempio 15 cingalesi avrebbero dovuto teoricamente essere tutti stipati in una stessa abitazione al civico 10 di via Emilio Bianchi.
AAA, domestici per la villa al lago di Berlusconi cercasi
Una curiosità è emersa nel corso della deposizione fiume del maresciallo Masci. Uno dei datori di lavoro il cui nome figurava nella cartelline sequestrate presso lo studio della consulente del lavoro corrispondeva a un domestico cingalese impiegato in una villa sul lago di Silvio Berlusconi, ovviamente del tutto ignaro, il quale avrebbe chiesto l’assunzione di due connazionali.
Silvana Cortignani

