Ronciglione – Per qualcuno è “il re del synthwave”, ma lui si schernisce: “Sono cose che si scrivono…”. Matteo Guarino, ronciglionese, classe 1984, è innanzitutto un musicista indipendente: MicroMatscenes.
Un percorso eclettico. Dalla banda Alceo Cantiani di Ronciglione a gruppi noti nel panorama locale, come i T for Five (oggi il batterista viterbese Dario Panza collabora con artisti di fama nazionale, tra cui Willie Peyote).
Musica per lavoro – nella banda dell’Aeronautica – e per passione da sempre.
“Sarei un cantautore – dice Matteo -, se solo il cantautorato non fosse diventato un genere intriso di impegno politico. Io faccio altro: musica elettronica, synthwave anni Ottanta”. Con largo uso dei social.
L’ultimo nato dei suoi tre album è “Back 2 School”. L’11 novembre il lancio su YouTube del videoclip del secondo singolo, “Position Chrome”.
“È stato tutto girato nella Tuscia, tra Ronciglione, su un tratto di via Francigena, e la spiaggia di Tarquinia – racconta -. È molto essenziale: io che canto in playback e Sabrina Campari, anche lei di Ronciglione, che balla, interpretando il brano. Lo fa benissimo: è energica, fresca, funky. Due performance simultanee che dialogano. Tutto autoprodotto: io per la musica, lei per la danza”. Ma anche per girare il video. “Mia moglie ha ripreso me con una fotocamera e io Sabrina. Artigianale, certo. Ma cercando qualità e cura”.
Di cosa parla la canzone?
“Di un amore durevole. Qualcuno ricorderà le audiocassette ‘Position chrome’… promettevano di durare di più nel tempo. L’atmosfera vintage permea tutto l’album: il synthwave ripercorre le sonorità anni Ottanta. La leggerezza del brano ora sembra un miraggio: le feste con gli amici, la propria comitiva. Piaceri sfumati di cui adesso si ha nostalgia. La verità, però, è che la canzone è nata come spesso accade: un ‘tormentone’ che sentivo dentro e che è voluto uscire. La testimonianza che si può fare arte anche adesso, con l’aiuto della tecnologia”.
L’album ha molto a che vedere con questo momento storico.
“È stato prodotto durante il lockdown, con tutto ciò che comporta: promozione più difficile, eventi impossibili, così come il contatto col pubblico. Anche il titolo, ‘Back 2 School’, è in qualche modo legato a questa fase. Rimanda a un certo universo teenager: i compagni di classe, il ballo della scuola. A scuola ci si è tornati sì e no. Il ritorno, per me, è stato alle origini della mia essenza musicale. C’è qualcosa, nell’album, che ricorda gli artisti che ascoltavo all’inizio: U2, Queen, Whitney Houston. Ci sono collaborazioni internazionali, con colleghi conosciuti su Instagram: abbiamo lavorato a distanza, senza il piacere di incontrarci dal vivo, brindare, abbracciarci”.
È corretto dire che da Ronciglione raggiungi il mondo? Qualcuno direbbe che quest’album è “glocal”, locale e globale.
“È così. Quella con Sabrina è stata una bellissima collaborazione, anche per il piacere di far dialogare discipline artistiche diverse. Ad altri brani hanno collaborato due cantanti di Londra, un’americana di Cleveland (Ohio), un produttore russo. Ci siamo conosciuti grazie ai social ed è un miracolo scrivere canzoni così. Una canzone insieme è un ‘noi’ per sempre, un rapporto che andrebbe approfondito e a cui, adesso, manca molta parte umana. Siamo animali sociali, rinunciare al contatto costa. Ma quel mondo, adesso – il mondo delle relazioni, dei contatti, la voglia di proporsi – si è trasferito sui social”.
Com’è fare musica così, in lockdown, online e da indipendente?
“Difficile e non remunerativo. Vendi dischi, ti fai conoscere ma non riesci a vivere di questo. Molti di questi cantanti per lavoro fanno altro, come me. I social sono da sempre un buon canale promozionale, col lockdown ancora di più. Questo dice che non tutto è perduto: resta l’essenziale, l’amore per la musica, la voglia di esibirsi, anche se in modo nuovo, su Instagram o TikTok. Un indipendente produce dalla sua camera, ecco perché si parla di ‘bedroom producers’. Anch’io ho una stanza che è il mio arsenale musicale. Il grosso del lavoro viene da lì. Non avevo strumentisti, ho fatto tutto con pc e sintetizzatori. Compreso, ad esempio, rendere il suono di una chitarra elettrica o di una batteria. Poi c’è stata una parte di registrazione in uno studio di Viterbo, l’8 Hertz Audio. Londinesi e americani hanno registrato a casa o in studio, mi hanno inviato le loro parti cantate e le ho integrate alle mie. Con la distribuzione mi sta aiutando un ragazzo di un’etichetta romena, la Future Eighties Records. Ho conosciuto anche lui sui social”.
Quindi un’etichetta lavora con te?
“Solo per una parte della distribuzione. Con loro ho realizzato il cd e l’audiocassetta. Supporti per nostalgici che nel synthwave si producono ancora. Abbiamo avviato una raccolta fondi online per fare anche il vinile. Non ho però alle spalle un’etichetta che cura il prodotto in toto. Ecco perché sono un indipendente: scrivo, compongo, arrangio, canto. Per l’autopromozione ho il passaparola e Instagram. Non c’è una squadra dietro di me, come avviene per i grandi artisti”.
Si riesce a sfondare?
“Sì. O a farne un lavoro. Ma è raro. Ho conosciuto produttori indipendenti i cui brani sono stati selezionati per spot e serie tv. Ma la maggior parte di noi ha un pubblico di nicchia. I contatti sono tutto sui social. C’è chi – dietro lauto pagamento – promette di farti avere molti follower, ma spesso non funziona: sono numeri. Profili finti. Non è un pubblico che conservi, si affeziona e ti segue davvero. Conquistare gli appassionati richiede più tempo”.
Punti a una carriera?
“No. Mi interessa aumentare i contatti, scoprire nuovi canali di vendita, diffondere la mia musica. Mi piace farla e mi piace quando mi si dice che è bello ascoltarla”.
Stefania Moretti




