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E’ morto Enrique Irazoqui, il Cristo di Pier Paolo Pasolini

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Enrique Irazoqui

Enrique Irazoqui

Giorgio Manacorda

Giorgio Manacorda

Giorgio Manacorda

Giorgio Manacorda

Viterbo – Enrique Irazoqui se ne è andato. L’attore, economista e professore di lettere, noto per essere stato il protagonista de “La passione secondo San Matteo”, di Pier Paolo Pasolini è morto a 76 anni lo scorso 17 settembre a Barcellona.

Nato nella capitale catalana nel 1944, Irazoqui era figlio di padre basco e madre italiana. A 19 anni conobbe il regista Pasolini: un incontro che gli cambiò la vita. A presentare i due era stato il preside della facoltà di lingue e letterature straniere dell’Università della Tuscia, Giorgio Manacorda, intervistato il 13 novembre del 2006 dal direttore di Tusciaweb Carlo Galeotti.

A due mesi dalla scomparsa di Irazoqui, in sua memoria, riproponiamo l’intervista a Manacorda. Una chiacchierata tra libri, poesie, cultura, ricordi e amicizia.


 – Il padre partigiano. L’amicizia con Pasolini. La poesia. Giorgio Manacorda, 65 anni preside della facoltà di lingue e letterature straniere, è un intellettuale a tutto tondo.

A sentirlo raccontare la sua vita, sembra di sfogliare l’album dei ricordi del Gotha della cultura. Da Moravia a Pasolini, da Musatti a Luzi, da Zavattini a Bassani, ha conosciuto tutti, è stato in confidenza con tutti. Come dire un creativo che si è trovato a fare il preside di una facoltà.

Esperto e docente di letteratura tedesca, critico di poesia, ha collaborato con le pagine culturali dei più importanti quotidiani italiani. Da Repubblica alla Stampa di Torino.

Una strada segnata, la sua, dalla famiglia…
“Beh, direi di sì. Anche se, sia io che mio fratello, abbiamo cercato di scartare, di uscire dall’accademia. Mio padre Gastone è stato uno storico. Mia madre, laureata in chimica. è stata da sempre nel mondo dell’editoria. Per dirne una, ha partecipato alla fondazione degli Editori Riuniti. Erano un gruppo di giovani intellettuali comunisti che lavoravano a stretto con Togliatti. Mio padre ha fatto la resistenza a Roma. Era commissario politico dei Gap”.

Un background non solo intellettuale ma anche politico impegnativo.
“Da ragazzo ero nella direzione nazionale della Fgci con Occhetto e Petruccioli. Ho diretto Nuova generazione. Poi mi è capitato di essere assessore alla cultura a Cosenza”.

Ma la sua vera passione è la poesia. La critica letteraria.
“Scrivo poesie e mi occupo di critica. Curo l’annuario di poesia edito da Castelvecchi. Diversi miei libri si occupano di poesia. Mi piace ricordare che ho anche fondato una struttura come il Teatro regionale calabrese. Ho scritto per il teatro. E ovviamente insegno letteratura tedesca. Ma  ho fatto anche trasmissioni in radio e televisive. E da qualche anno dipingo”.

Tra i libri che ha scritto, quali ricorda più volentieri?
“Direi Per la poesia e La poesia è la forma della mente. Sta per uscire poi in questo periodo un pamphlet, sempre per Castelvecchi, Apologia di un critico militante”.

Lei con Viterbo ha trascorsi notevoli.
“Appena creata la libera università della Tuscia, vi insegnai letteratura tedesca. Poi sono già stato preside di Lingue all’università degli studi della Tuscia, quando c’era Scarascia Mugnozza”.

Sul piano della poesia è stato Pier Paolo Pasolini a scoprirla. Come lo ha conosciuto?
“E’ vero è stato Pasolini che mi ha scoperto sul piano della poesia.  Ero appena tornato a Roma, dal collegio in Svizzera nel quale avevo studiato, e fondai una associazione giovanile che si chiamava “Nuova resistenza”. Ebbe un grande successo. Eravamo presenti in 40 città. Nella nostra sede romana passarono tutti: intellettuali e politici.

Invitammo anche Pier Paolo Pasolini, agli inizi degli anni sessanta, per un incontro. Alla fine, mentre lo accompagnavo per le scale, gli detti le mie poesie. Mi telefonò il giorno dopo con parole di apprezzamento. Iniziò una amicizia, strana, fatta anche di lunghi silenzi”.

Un ricordo, un episodio della sua amicizia con Pasolini.
“Beh, gli presentai Enrique Irazoqui, il basco che interpretò il Cristo nel Vangelo secondo Matteo. Enrique era  un militante della sinistra spagnola che stava cercando finanziamenti. Non era un attore, non aveva mai recitato. Lo portai da Pasolini e lui comincio ad osservarlo. A scrutarne il volto. E alla fine lo convinse a interpretare la parte di Cristo”.

Le manca Pasolini?
“Mi manca, come interlocutore privato, ma anche socialmente e politicamente. Una voce come la sua non c’è più stata. Era una testa che pensava fuori dal coro. Era illuminante. Era un movimento mentale che innescava movimenti mentali”.

Come seppe della sua morte?
“Dalla radio, ero in una casa a Bolsena”.

La sua reazione?
“Mi misi a piangere. Fu una cosa terribile”.

Come si ritrova a fare il preside? Non le sembra un lavoro burocratico?
“Si può fare il preside in modo creativo. Per fare un esempio il Centro universitario teatrale è stato fondato da me insieme agli studenti. Abbiamo rivoluzionato i piani di studio. Abbiamo istituito due master significativi. Uno di E-learning.  L’altro è un master europeo in traduzione. Un master pilota”.

Perché occuparsi di letteratura e poesia nel terzo millennio?
“Perché la poesia è la forma della mente. Noi ragioniamo e pensiamo poeticamente. Il pensiero razionale non esiste. Esiste solo il pensiero poetico. Per questo bisogna studiare poesia e letteratura”.

Perché uno studente dovrebbe iscriversi a lingue?
“Perché la facoltà di lingue è moderna. E’ la facoltà del futuro. Il mondo dell’informatica e della globalizzazione richiede flessibilità mentale, capacità di reinventarsi. Capacità che possono essere acquisite solo in un facoltà umanistica avanzata come le nostra. Questa è la facoltà del futuro. Ti dà quelle competenze linguistiche fondamentali senza le quali non si può vivere nel mondo globalizzato. Oggi la formazione umanistica è fondamentale anche nel management”.

Ma si trova lavoro poi?
“I dati parlano chiaro. Nel brevissimo tempo no, ma dall’anno in su siamo in testa per quanto riguarda la collocazione a lavoro dei nostri studenti. Anche per quanto riguarda i corsi. Abbiamo messo in campo specializzazioni interessanti dal punto di vista del lavoro e dell’interconnesione col territorio. Penso a Lingue per il turismo che si tiene a Viterbo. E il corso di Tecniche per il turismo e il territorio a Tarquinia. In entrambi si dà una formazione linguistica e conoscenze di un settore importante come quello del turismo. Anche questa è creatività”.

Perché avete creato un distaccamento a Tarquinia?
“La sede di Tarquinia nasce da una collaborazione con il comune. Nasce da un rapporto creativo con il territorio e punta a una valorizzazione dell’enorme patrimonio culturale di Tarquinia. Basti pensare agli etruschi. Si tratta di formare personale capace di far crescere il territorio. Un rapporto con il territorio che abbiamo sempre curato. Penso al Festival Pasolini, alla stagione concertistica, al Festival dei teatri dell’Est”.

E il trasferimento dal Riello a Santa Maria in gradi come è andato?

“Per la nostra facoltà è importante avere una sede come questa. Una sede che ci permette di avere un ruolo di motore culturale della città. Il trasferimento è andato bene, nonostante le difficoltà che sono state molte. E’ andato bene grazie soprattutto ai miei collaboratori, a tutti i colleghi e agli studenti. In questo periodo sono dimagrito di tre chili, tale è stato l’impegno. Un ringraziamento va al rettore che ha voluto fortemente questo trasferimento”.

Tornando a lei, qual è l’ultimo libro letto?
Il crollo della mente bicamerale di Julian Jaynes edito da Adelphi”.

Il film visto?
“Vado raramente al cinema”.

Un rammarico…
“A dir la verità non mi son fatto mancare nulla. Ma forse ho sbagliato a non frequentare il centro sperimentale di cinematografia, in gioventù. E poi dovevo concentrarmi di più su una sola cosa. Per eccellere in modo assoluto”.

Di cosa va orgoglioso?
“Di ciò che ho scritto sulla poesia”.

Tra i contemporanei il poeta più grande?
“Montale”.

Tra i classici…
“Leopardi. Dante. Nessuno è all’altezza di Dante”.

Il suo maestro?
“Pier Paolo Pasolini”.

Cosa pensa della morte?
“E’ inaccettabile in assoluto, per se stessi. Ma ancor di più quando si tratta degli altri”.

E suo padre cosa le ha insegnato?
“Il rigore intellettuale. L’onestà intellettuale. Il senso della res pubblica”.

Carlo Galeotti


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