Viterbo – Ha una voce squillante e decisa ma allo stesso tempo dolce Lorena Cipollone, primario del pronto soccorso di Belcolle. Una voce che però si incrina quando ricorda gli sguardi dei tanti pazienti di questa pandemia che definisce una “immane tragedia”.
“Non dimenticherò mai – dice – chi, non potendo avere in ospedale il conforto di un familiare, anche solo con gli occhi ci ha dimostrato gratitudine. La solidarietà nei confronti di medici e infermieri: i canti e gli applausi dai balconi, i murales dedicati, i cornetti che arrivavano la mattina e le pizze la sera. Ringraziamenti che a me bastano per essere ripagata di tutti gli sforzi”.
Cipollone è arrivata alla guida del pronto soccorso di Viterbo il 16 maggio: in un periodo dominato dalle mascherine, dal continuo lavaggio delle mani e dal distanziamento. “Un distanziamento fisico – sottolinea – ma non sociale, perché in questo momento è importante sentirsi uniti ed essere solidali gli uni con gli altri. Questa immane tragedia, purtroppo, ci accomuna tutti”.
Dottoressa, cosa significa lavorare in emergenza durante una pandemia?
“Rischio e fatica, ma come sempre d’altronde. Certo, le tute e le mascherine ci mettono ancor di più a dura prova: ad esempio non possiamo bere o andare in bagno quando ne abbiamo bisogno. Ma nulla ci impedisce di fare al meglio il nostro lavoro, nel quale continuiamo a metterci tutta la forza che abbiamo”.
Come è stato riorganizzato il pronto soccorso?
“Con un pre-triage individuiamo i pazienti non Covid, positivi o sospetti tale. Per ognuno ci sono accessi e percorsi differenziati e protetti, come differenziati e protetti sono le varie sale e i team sanitari”.
Per i pazienti con Coronavirus si presume ci siano delle postazioni isolate. È così? Quante sono? E sono sufficienti?
“Quelle in pronto soccorso, al momento, sono cinque. Tutti i nostri sforzi sono finalizzati anche al non bloccare le ambulanze che sono fondamentali per l’emergenza territoriale. Qualora succeda, facciamo di tutto affinché ciò avvenga per lo strettissimo tempo necessario a riorganizzare il percorso Covid all’interno dell’ospedale. Per ora, fortunatamente, stiamo riuscendo a non creare file di mezzi del 118 con pazienti a bordo fuori dal pronto soccorso”.
Durante il lockdown c’è stata una netta diminuzione degli accessi al pronto soccorso. È così anche ora?
“Il decremento che si è verificato tra febbraio e aprile non lo stiamo registrando, almeno non nella stessa misura, in questi mesi. Per contenere il fenomeno del sovraffollamento, che da sempre grava sui pronto soccorso ma ora con una maggior incidenza, ci sono il Toc e l’Uscovid della Asl di Viterbo. Questi due team supportano i medici di famiglia e i pediatri di libera scelta nella gestione a domicilio dei pazienti Covid o sospetti tale che, almeno in quel momento, non necessitano del ricovero”.
Quando non è necessario recarsi al pronto soccorso?
“Un accesso improprio, soprattutto in questo periodo in cui è fondamentale non sovraffollare gli ospedali, può verificarsi quando si è in uno stato d’ansia o si ha un quadro sanitario simil influenzale”.
Al contrario, quando si deve correre in ospedale?
“Per chi ha il virus, ad esempio, in presenza di un’insufficienza respiratoria che non può essere più gestita da casa e che potrebbe precipitare rapidamente. In questo caso non è escluso che sia necessario anche un supporto ventilatorio importante o rianimatorio”.
E per chi non ha il Covid?
“Quando c’è una patologia in cui il tempo diventa lo spartiacque tra la vita e la morte: convulsioni o epilessia, ictus, infarto\arresto cardiaco, traumi e neurotraumi o quando si deve partorire. Questi pazienti sappiano che il pronto soccorso attua tutte le misure affinché non si contagino”.
Un appello ai cittadini…
“Contattate e affidatevi ai medici di famiglia e ai pediatri di libera scelta o, se il caso lo prevede, ai colleghi dei team Covid: il Toc e l’Uscovid. Facendo questi passaggi ci supportate e ci permettete di gestire al meglio e con più razionalità i posti in pronto soccorso. Non essere in ospedale non vuol dire che si è stati abbandonati. E, anche quando siete in difficoltà, non dimenticatevi che stiamo affrontando una pandemia. Noi ce la stiamo mettendo tutta”.
Raffaele Strocchia

