Viterbo – Secchio, scopa e l’acqua che ti spacca le mani. Mattina e sera con la schiena piegata. Infine l’artrosi, il tunnel carpale e, a volte, nemmeno la pensione.
Donne delle pulizie. Quelle che ogni giorno puliscono le case degli altri, gli uffici e i reparti Covid negli ospedali. Per poi, a fine turno, passare alla propria e prima di riposarsi preparare la cena a figli e mariti.
Lavorano spesso in nero. Comunque, quando invece il contratto ce l’hanno, sono pagate non più di 6 euro nette l’ora. Sei euro e trenta centesimi. Come da contratto nazionale, che da 8 anni non viene più rinnovato. Donne dimenticate. Nessuna medaglia al valore. Nonostante che, nella guerra al Coronavirus, sono state e stanno in trincea.
Viterbo – Marzia Terri, sindacalista UilTucs
“Nei presidi ospedalieri – dice la sindacalista Elvira Fatiganti, segretaria territoriale della UilTucs di Viterbo – le donne delle pulizie lavorano a 6 euro l’ora, con tutti i rischi che corrono. Ma stanno sempre nell’ombra e di loro non se ne parla. Anche se sono in prima linea con medici e infermieri. Ma con una paga profondamente diversa”.
Chi ha un contratto, e sta con qualche impresa che ha ottenuto l’appalto per la pulizia di uffici e ospedali, lavora soprattutto in part time. Quattro, cinque ore al giorno, guadagnando 600, 700 euro al mese. Chi vuole qualcosa in più deve fare ore supplementari o di straordinario. Con un reddito che continua a restare, tuttavia, basso.
Viterbo – Monica De Marchi, sindacalista Fisascat Cisl
“Negli ospedali – prosegue Fatiganti – le donne delle pulizie puliscono bagni e reparti Covid. Puliscono camere, corsie e raccolgono i rifiuti, anche quelli organici nelle sale operatorie. A volte si feriscono anche e vengono sottoposte ad analisi di controllo per il rischio di malattie. Cosa che comporta anche un disagio familiare. Perché se non sai che malattia hai contratto, oppure pensi di esserti presa il Covid, devi stare separato in casa fino a che non hai il risultato”.
Nel viterbese, le donne delle pulizie che lavorano nella Asl, ospedale Belcolle e uffici, “sono una settantina”, precisa Fatiganti. Per la maggior parte sono, appunto, donne. “Gli uomini – aggiunge Fatiganti – rappresenteranno sì e no il 5% dell’intera categoria. Sia nel pubblico che nel privato”. Mentre “l’età media si aggira attorno ai 40-60 anni”. A volte con più di 20-30 anni di lavoro sulle spalle.
Viterbo – Elvira Fatiganti della Uil
Un lavoro durissimo, eppure da 8 anni il contratto nazionale non viene rinnovato. E la richiesta è pressoché una. L’aumento salariale, perché con 6 euro l’ora, e i rischi che si corrono, davvero non si campa. Il 13 novembre scorso c’è stato pure uno sciopero nazionale organizzato da Cgil, Cisl e Uil. Ma ancora non si vede luce. Non solo, ma diverse di loro, che lavorano negli ospedali, hanno iniziato pure a fare le ausiliarie, cioè ad aiutare medici ed infermieri.
“E’ scandaloso – commenta Aldo Pascucci della Fisascat Cisl – che il contratto del personale di pulizia non venga rinnovato dal 2012. E questa rappresenta una perdita di salario notevole. E’ aumentato tutto, ma lo stipendio è rimasto indietro di 8 anni. Senza poi considerare il lavoro che tante di loro stanno facendo negli ospedali, nelle Rsa, nelle case dello studente. Donne che hanno stanno continuando il proprio lavoro con sacrificio e paura. Paura per sé e per i propri familiari. Uno stress assurdo”.
Un lavoro soprattutto part time. Nelle strutture ospedaliere e negli uffici, i turni vanno dalle 6 di mattina alle 11, dalle 2 del pomeriggio alle 6 e mezza di sera, e dalle 19 a mezzanotte. Con contratti in regola e tutti i dispositivi di protezione individuale assicurati. Le pulizie si fanno infatti quando gli uffici sono chiusi o l’attività lavorativa, quella degli altri, è sostanzialmente in pausa.
“Per guadagnare qualcosa oltre le 6-700 euro che portano a casa, per turni di 24 ore settimanali – continua Pascucci -, all’ospedale fanno ore in più. Fino a 40 ore settimanali si chiamano ore supplementari. Poi scatta lo straordinario”.
Un orario faticoso. Una vita pesante. “D’inverno in particolar modo – precisa il sindacalista della Cisl -. Oltre escono di casa alle 5 della mattina, per iniziare alle 6 e staccare alle 10. A contatto col freddo e acqua gelata. Un lavoro usurante che, però, come tale non viene riconosciuto. Ultimamente, poi, diverse di loro stanno facendo da supporto al personale medico e infermieristico. Ad esempio portando le lastre e quello che serve”.
Marzia Terri e Monica De Marchi sono due rappresentanti sindacali, due donne delle pulizie. Un lavoro che fanno da una vita. Entrambe, adesso, al Belcolle o negli uffici direzionali della Asl di Viterbo. “Dove – tengono a precisare tutte e due – i dispositivi di sicurezza individuale sono rispettati pienamente”.
“La mia giornata – racconta Marzia Terri, sindacalista della UilTucs che lavora negli uffici Asl – inizia alle 5 e mezza di mattina, quando arriviamo sul posto di lavoro. Dobbiamo iniziare alle 6, ma arriviamo prima. Andiamo a firmare e prendiamo le cose che ci servono. Poi è tutta una corsa. Perché dobbiamo finire prima che gli uffici inizino a lavorare. Purtroppo siamo dimenticate da tutti. Lavoro 24 ore settimanali e guadagno sulle 750 euro al mese. Poi c’è chi guadagna ancora meno, e per prendere qualcosa in più deve fare gli straordinari”.
“Il nostro compito – prosegue – è spolverare, pulire e sanificare. Sempre di corsa. Io, dalle 6 alle 8 di mattina, mi devo sbrigare. E ho quasi mezzo piano da pulire. Tutto da sola. E gli spazi comuni da sistemare sono tanti. Con tuta anti Covid e dispositivi di protezione individuale che dopo un po’ sono difficili da sopportare. Una fatica in più”.
Un lavoro con il quale, senza straordinari, difficilmente ci si riesce a vivere. Oppure, più semplicemente, a garantirsi un’autonomia economica. Autonomia dalla famiglia. Autonomia da padri e mariti. Una condizione che non è solo lavorativa, ma anche sociale. Di continua subordinazione. Al datore di lavoro. E, più in generale, agli uomini. Una condizione di vita che schiaccia soprattutto le donne.
“Se sei da sola e devi pagare affitto, tasse e bollette – dice Terri – con 600, 750 euro al mese non ci puoi vivere. Chi è da sola, per poter campare, punta a fare lo straordinario. Lavorando praticamente tutto il giorno. Con una vita affettiva sostanzialmente annullata. Sono anni che ci battiamo per avere qualche ora in più”.
Si tratta infatti di un lavoro part time che, sebbene possa essere “sicuro” sul piano della continuità lavorativa, sicuro anche al costo di una fatica enorme, rende le lavoratrici precarie sul fronte economico. 750 euro al mese, tassati, non sono sufficienti a garantire un’autonomia economica. Per poterla ottenere occorre fare lo straordinario, cioè dipendere dalla volontà di chi poi lo straordinario lo concede.
Monica De Marchi è invece una sindacalista della Fisascat Cisl. Fa la donna delle pulizie da 25 anni e lavora nell’ospedale di Belcolle. Anche come ausiliaria, cioè a supporto del personale medico e infermieristico.
“Con il Covid – spiega De Marchi – il nostro lavoro è aumentato di intensità e volume. Sono 25 anni che faccio questo lavoro, sempre in ambito ospedaliero. E dopo 25 anni è normale che a livello fisico, la schiena e tanto altro, si fanno sentire. Muscoli e apparato scheletrico ne risentono. E il carico non è affatto indifferente”. “Ciononostante – dice Donatella Ajala della Filcams Cgil di Viterbo – le malattie professionali sono poco riconosciute. Sono persone che si alzano da una vita all’alba. E quando per una vita ti alzi alle 4 e mezza, 5 di mattina, il lavoro che stai facendo è un lavoro usurante. E per giunta sottopagato”.
Viterbo – L’ospedale di Belcolle
Non solo, ma il problema è pure un altro. Questa volta a livello sindacale. “Molte lavoratrici – sottolinea Ajala – per tirare su uno stipendio dignitoso lavorano in più sedi e con più aziende. Magari fanno due ore con un’azienda e due ore con un’altra. Fino a tre, quattro aziende per volta. Per mantenere la famiglia”.
“Una persona che lavora per tre aziende – precisa Ajala – sindacalmente è come se fossero tre persone diverse, con questioni diverse. Oltretutto si tratta di lavoratrici che alla fine dell’anno presentano 3 o più Cud e sono costrette a pagare un botto di tasse. Un mondo, quello delle donne delle pulizie, molto frastagliato e difficile da organizzare dal punto di vista sindacale. Un mondo, inoltre, dove il lavoro nero è dilagante”.
E chi lavora in nero, non ha veramente alcun diritto. Nemmeno la pensione. Donne completamente dimenticate. Devono solo faticare, finché ne hanno le forze. Magari fino alla soglia dei 70 anni. Quando proprio non ce la fanno più e crollano. Per ritrovarsi con un pugno di mosche in mano e una vecchiaia dove l’unica fonte di reddito è la pensione del marito. Donne che hanno lavorato una vita intera ottenendo, alla fine, una sola cosa. Un bel niente.
Viterbo – Sindacati in piazza a Viterbo
“Ho iniziato a lavorare che avevo 9 anni – confida una di loro, chiedendo l’anonimato -. Adesso ne ho quasi 70 e continuo a lavorare. Ho studiato fino alla quinta elementare, poi, prima che le scuole per me finissero, ho iniziato a fare la bracciante nei campi. A 14 anni mi sono fidanzata, a 18 sposata e a 19 avevo già un figlio. E prima che mi sposassi le condizioni di vita non erano certo delle migliori. A casa dei miei genitori la luce arrivò nel 1970, l’acqua potabile nel ’77, il bagno e il telefono nel 1984. Solo che io mi ero sposata già 10 anni prima. E abitavo nelle campagne del comune di Viterbo. Mio marito non voleva che lavorassi, poi è stato costretto a mandarmici. Come donna delle pulizie. In nero. Perché quando negli anni ’90 c’era la possibilità d’essere segnata, mio marito non ha voluto”.
Un lavoro in nero a 7, massimo 8 euro l’ora. Ovviamente senza contributi né garanzie sanitarie. Una donna invisibile. “Mia sorella fa la donna delle pulizie e ha pochi anni meno di me – prosegue la signora che ha chiesto l’anonimato -, la figlia fa lo stesso lavoro, il marito della figlia pure. E sappiamo cosa possa voler dire essere disoccupati, senza alcuna tutela”. “Il mio lavoro – aggiunge – inizia alle 8 e mezza di mattina e va avanti fino all’una. Riparto poi alle tre del pomeriggio e torno a casa alle 6. In tutto faccio fino a tre case, quattro case al giorno. Nel frattempo devo pure preparare il pranzo e la cena per mio marito, aiutare i figli e sistemare casa mia. Dopo aver stirato i panni e pulito piatti, bagni e pavimenti degli altri. Come vengo pagata? Di settimana in settimana. Da una vita. Cosa speravo da giovane? Una vita diversa”.
Una vita consumata invece appresso agli altri. Uomini e appartamenti. Con le mani spaccate dal freddo e dall’acqua. E con la schiena piegata in due dalla fatica.
“Vorrei dire qualcosa – sottolinea la protagonista del film di Federico Fellini ‘La città delle donne’ -, ma forse è inutile, sorelle. Ancora una volta siamo state ingannate. In modo subdolo. Siamo state generose, accoglienti, materne. Abbiamo parlato, discusso, cantato, esibito i nostri riti, anche i più ingenui. Senza ritegno e senza femminili pudori. Nell’assurda speranza di far capire a chi non può capire, e non vuole capire, quanta libertà, quanta autenticità, quanto amore, quanta vita ci è stata tolta…”.
Daniele Camilli
Video: La testimonianza di Marzia Terri – La testimonianza di Monica De Marchi




