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Bocciato il ricorso di David Rebeshi. restano sotto sequestro 22.500 euro provento di spaccio

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La suprema corte di Cassazione

La suprema corte di Cassazione

Viterbo – (sil.co.) – Mafia viterbese, rigettato dalla cassazione anche il ricorso proposto da David Rebeshi contro il sequestro preventivo ai fini di confisca di 22.500 euro, ventimila dei quali in banconote da 50 euro, nascosti in uno sportello di una parete attrezzata del soggiorno della sua abitazione usato per le medicine e ritenuti provento del traffico di droga. 

La suprema corte, lo scorso 16 luglio, aveva già bocciato il ricorso presentato da Laura Zaharia, la moglie del fratello Ismail Rebeshi, secondo la quale il denaro era suo. Nell’udienza dello scorso 11 novembre, davanti alla settima sezione penale presieduta dal giudice Francesco Maria Ciampi, anche David Rebeshi ha sostenuto trattarsi di denaro non suo, ma provento della vendita di alcune autovetture effettuata per conto del fratello Ismail.

Secondo l’accusa, invece, non lavorando e non avendo redditi, a fronte di una condanna per 38 chili di marijuana, quei soldi – sequestrati il 14 maggio 2019, sei giorni dopo la scarcerazione – non possono che essere provento dell’attività di spaccio. 

“Anche la giustificazione fornita, relativa alla vendita di autoveicoli per conto del fratello, non è verosimile – si legge nelle motivazioni pubblicate il 9 docembre – tenuto conto che Rebeshi Ismail era detenuto dal 26/11/2018 e che la sua impresa aveva denunciato redditi assolutamente modesti negli anni precedenti”.

E ancora: “Nel caso di specie, il denaro sequestrato non poteva certamente esser appartenuto a David Rebeshi prima del suo arresto (febbraio 2017): il ricorrente aveva fornito giustificazioni del possesso della somma, ma all’epoca dell’arresto egli non viveva nell’appartamento in cui era stato effettuato il sequestro”.

“La confisca – sottolineano infine gli ermellini – va sempre ordinata quando sia provata l’esistenza di una sproporzione tra il valore economico dei beni di cui il condannato ha la disponibilità e il reddito da lui dichiarato o i proventi della sua attività economica e non risulti una giustificazione credibile circa la provenienza delle cose. Nel caso in esame, la sentenza di condanna di Rebeshi era divenuta irrevocabile il 26/4/2019, quindi pochi giorni prima del sequestro: alla luce della inverosimiglianza delle giustificazioni fornite sul possesso della somma, l’ordinanza motiva adeguatamente sulla certezza che si trattasse di somma acquisita prima di tale data, pur mancando la prova della sua disponibilità già prima dell’arresto, cioè prima della data del reato”. 


Metodo mafioso, i fratelli Rebeshi davanti al collegio

Estorsione con metodo mafioso, prenderà il via il prossimo 19 gennaio davanti al collegio del tribunale di Viterbo presieduto dal giudice Silvia Mattei il processo ai fratelli d’origine albanese Ismail e David Rebeshi, di 37 e 31 anni. I tre presunti complici della coppia sono stati condannati lo scorso 26 novembre con l’abbreviato a 9 anni e 4 mesi di reclusione ciascuno in primo grado dal gup Gaspare Sturzo del tribunale di Roma, che ha rinviato a giudizio i Rebeshi.

Presunte vittime un ristoratore di 53 anni e il titolare di una concessionaria di 40, entrambi viterbesi, dai quali avrebbero preteso con la forza la restituzione di somme di denaro, rispettivamente 4500 e 500 euro, che sarebbero state dovute per affari legati al salone Auto Riga di Bagnaia del boss Rebeshi, imprenditore anche nel settore dei locali notturni oltre che presunto narcotrafficante di cocaina.

Il ristoratore 53enne sarebbe stato minacciato di morte assieme alla sua famiglia nel locale che gestiva a Tuscania- E’ stata la sua richiesta di aiuto a far scattare la trappola dei carabinieri il 28 novembre 2019. Due giorni prima, il 26 novembre, il concessionario quarantenne sarebbe stato inseguito in auto e messo all’angolo nella piazzola di sosta di un distributore quindi costretto con le minacce a versare la somma richiesta.


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