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“Covid, l’unica salvezza è stata il cellulare…”

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Viterbo – “L’unica salvezza è stata il telefonino”. Francesca Ripanelli, Nepi, sposata, 52 anni e 14 giorni di terapia anti Covid al Belcolle di Viterbo. E’ una lavoratrice dell’ines. Racconta quanto è successo, l’iter e la terapia. Il percorso che ha fatto. L’isolamento e il cellulare come unica forma di comunicazione con l’esterno. Come si è presa il virus e la solidarietà, dei familiari, di Nepi e delle persone che la conoscono. Adesso Francesca Ripanelli è fuori dall’ospedale. Sta in un appartamento diverso dalla propria abitazione, dove entra soltanto nel marito. E’ in attesa che il tampone negatiovizzi definitivamente.


Viterbo - Francesca Ripanelli

Viterbo – Francesca Ripanelli


Il virus e il contesto. “Ad agosto si è sentito male mio padre, a 89 anni – racconta Ripanelli – all’improvviso, e io mi sono trasferita a casa sua. Ho anche tre sorelle e un marito che lavora al pronto soccorso di Civita Castellana. Non ho figli. Le mie sorelle sono sposate, mio fratello no e vive ancora con mio padre. La prima ad avere la febbre è stata mia sorella, il 27 ottobre. Ha chiesto di fare il tampone ma la risposta è stata quella di aspettare un po’ perché poteva trattarsi di una semplice febbre. Tant’è vero che dopo tre giorni gli era passata. Il 31 ottobre dormo da mio padre. Mi alzo e ho anche io la febbre a 37 e mezzo. Credevo di averla presa da mia sorella. E anche a me dopo 3 giorni è passata. Una volta finita a me, la febbre ha colpito mio padre. Ed è a quel punto che è venuta a tutti la pulce all’orecchio, ma all’inizio non abbiamo fatto niente”.


Coronavirus - Viterbo - Il Drive in test point al Riello

Coronavirus – Viterbo – Il Drive in test point al Riello


La decisione di fare il tampone. “Pochi giorni che mio padre aveva avuto la febbre – prosegue Ripanelli – mi sono svegliata anche io con dolori fortissimi alla gola. Ma ancora non pensavo al tampone. Di solito ogni anno ho la febbre molto alta, con le placche alla gola. Una febbre che mi dura dai 20 ai 25 giorni. Anche questa volta la febbre è arrivata con le placche. La gola era piena. A quel punto ho iniziato a prendere l’antibiotico, ma la febbre non passava. Allora mio marito ha deciso di passare prima al cortisone poi al Rocefin. Nel frattempo mio marito mi aveva portato anche una bombola d’ossigeno che ho iniziato subito ad utilizzare. Ma nonostante questo, la febbre continuava a non abbassarsi. Ed è a quel punto, dopo qualche giorno di febbre, che abbiamo deciso di fare il tampone”. Come? “Chiamando – risponde Ripanelli – una clinica che fa i tamponi a domicilio. In tal caso, la Paideia. Una volta fatto il tampone, siamo risultati positivi al Covid io, mio padre e mio fratello. Non le mie sorelle, non mio marito. Da quel momento c’è caduto il mondo addosso. Mio marito ha chiamato il 118 e da quel momento è iniziato tutto quanto l’iter”.


Viterbo - Ospedale Belcolle

Viterbo – Ospedale Belcolle


Il ricovero al Belcolle. “L’ambulanza – prosegue il suo racconto Francesca Ripanelli – mi è venuta a prendere a casa e mi ha portata al pronto soccorso del Belcolle a Viterbo. Per fortuna avevo con me il cellulare. Una volta arrivata al pronto soccorso, chi mi ha accolto mi ha fatto tutti i prelievi ed è lì che ho scoperto che quanto aveva fatto per me mio marito, la scelta dei medicinali. di fatto della terapia, era la cosa giusta da farsi. Tant’è vero che al Belcolle hanno proseguito con gli stessi medicinali, facendomi prima la Tac e attaccandomi alla bombola dell’ossigeno. Mi hanno detto che avevo il Covid una volta che mi hanno portata al reparto. Al Covid 4 di medicina, 9 piano, gruppo C. Mi hanno fatto uscire dal pronto soccorso con l’ambulanza e con l’ambulanza mi hanno portato al blocco C dell’ospedale. La diagnosi è stata polmonite bilaterale da Covid 19. Non avevo patologie pregresse, tiroide a parte. Ho però scoperto che essere anche un pochino sovrappeso rappresenta un pericolo enorme per chi ha il Covid. Io ho 7 chili in più e per questo stavano valutando l’ipotesi di mettermi in terapia intensiva. Cosa che poi non è successa”.


Coronavirus - Infermiere di Belcolle

Coronavirus – Infermiere di Belcolle


Francesca Ripanelli ha fatto 14 giorni di ospedale. Tutti al Belcolle di Viterbo. prima di tornare a Nepi, in un’altra casa e in attesa che tutto sia definitivamente finito, vale a dire che il tampone negatiovizzi una volta per tutte. “Mia sorella e mio padre – continua Ripanelli – si sono subito negativizzati ed entrambi hanno sviluppato gli anticorpi. Mio fratello è stato l’ultimo a negativizzarsi. Quella che è stata massacrata sono soltanto io che venivo da un periodo di difese immunitarie bassissime. Cosa dovuta alla tiroide. Perché, a partire dal lockdown, non siamo mai usciti di casa, se non per fare la spesa”. 


Emergenza Coronavirus

Emergenza Coronavirus


Vivere in ospedale. “Al Belcolle, assieme alla straordinaria gentilezza del personale – prosegue il suo racconto Ripanelli -, l’unica salvezza è stata il telefonino. In stanza eravamo in due, io e una signora di 90 anni che manteneva i contatti con la figlia tramite un tablet. La mia giornata tipo era fissare la parete della camera e la finestra lì vicino da cui vedevo la pista di atterraggio degli elicotteri del 118. Non facevo altro che guardare nel vuoto. Non potevo vedere nessuno. I miei parenti lasciavano i pacchi all’ingresso della stanza e l’infermiera me li portava dentro. L’unico modo per mantenere i contatti era il cellulare, la sola salvezza. Con il cellulare potevo sentire i miei familiari, le loro voci. Vedere i loro volti, sentirli vicini e non perdere mai la speranza. Con la mia vicina di stanza parlavamo pochissimo. Il cellulare è stata la mia salvezza. Senza sarei stata completamente isolata e il ricovero sarebbe stato difficilissimo, come per chiunque altro”.

Il momento dei ringraziamenti. Il primo, all’ospedale Belcolle di Viterbo. “Oggi il mio grazie e il mio affetto – dice Francesca Ripanelli – va all’ospedale Belcolle e a tutti i professionisti del reparto medicina Covid 4. In questo reparto ho trovato professionalità, competenza e soprattutto amore per il lavoro e le persone. Grazie di cuore perché mi hanno aiutata a rialzarmi a ad affrontare le lunghe giornate. Non mi hanno mai fatto sentire la solitudine ed erano sempre pronti con le giuste parole. Nei loro occhi c’era sempre il sorriso”.

Il secondo ringraziamento va a uhm medico di Nepi, un pediatra, come quelli di una volta, che si preoccupavano degli assistiti e sostanzialmente di interi paesi. Qualsiasi cosa accadesse, i pediatri dei paesi erano sempre presenti. Anche nella vita dei loro assistiti e compaesani. per assisterli e, soprattutto, quanto era il momento, portare una parola di conforto.

“Volevo ringraziare il dottor Alessandro Ruffi – sottolinea infatti Ripanelli -, un pediatra di Nepi. Non c’è stato un giorno che non mi abbia chiamato due volte per sapere come stavo. Un aiuto che è stato anche psicologico. Fondamentale”.

Infine, il terzo ringraziamento, non da ultimo. Alla città di Nepi. “C’è stata grande solidarietà da parte di tutta Nepi – ha concluso Francesca Ripanelli -. In questi giorni di isolamento, sono stati tantissimi quelli che mi hanno portato cornetti, cappuccini, verdura, frutta. Un’esperienza, questa del Covid, che ci ha uniti, tantissimo. Come famiglia e come comunità”.

Daniele Camilli


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