Roma – “Siamo rimasti fuori dalle priorità sul vaccino anti-Covid, la nostra vita vale di meno? Correggete questa discriminazione”.
È l’appello delle associazioni di persone disabili, che chiedono a gran voce al governo di modificare le priorità previste dal piano vaccini.
“Sin da subito abbiamo segnalato il fatto che non venivano citate espressamente le persone con disabilità – spiega Roberto Speziale, presidente dell’Associazione di famiglie e persone con disabilità intellettiva e disturbi del neurosviluppo- e che questa ‘dimenticanza’ avrebbe poi potuto comportare che le stesse non avessero accesso alla primissima tornata vaccinale. Questo comportamento comincia a farci sospettare che non si è per nulla trattato di una svista ma che costoro abbiano ‘deliberatamente’ scelto di non inserire le persone con disabilità nella lista delle categorie prioritarie”.
“E se così fosse – aggiunge Speziale – sarebbe grave in quanto avremmo l’ennesima prova, già paventata nella fase 1 della pandemia in atto, che qualcuno a partire “dalle alte sfere del nostro sistema sanitario” ritiene che la vita delle persone con disabilità ha meno valore. Cosa questa non solo intollerabile dal punto di vista umano, ma contraria anche ai principi costituzionali e alle convenzioni internazionali”.
“Persone fragili. Non è chiaro – ha spiegato Antonio Caponetto, capo dell’Ufficio per le Politiche in favore delle persone con disabilità – se in questa definizione rientrino le persone con disabilità grave e non autosufficienti, nonché coloro che usufruiscono dell’assistenza domiciliare integrata. Non è chiaro se vanno considerate fra quelle da sottoporre a vaccinazione con carattere di priorità”.
“Per le persone con disabilità psichica – conclude Caponetto – il rischio di contagio è particolarmente elevato, considerata l’estrema difficoltà nel rispettare rigorosamente le misure di sicurezza nel contesto quotidiano. Allo stesso tempo, la scarsa propensione alla collaborazione di queste persone, soprattutto nel momento in cui sono private dell’assistenza di chi se ne prende normalmente cura, si rivela un fattore di rischio in più, soprattutto in ambito ospedaliero”.
