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Paolo Rossi, calciatore e simbolo di un’epoca

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Viterbo – Sintomo, simbolo e sintesi. Paolo Rossi, calciatore, uomo, campione del mondo. Morto in quest’anno terribile. Una cometa straordinaria. Luglio 1982. L’Italia sta per uscire da quella che il senatore Giovanni Pellegrino definì “una guerra civile a bassa intensità”. Quella contro la lotta armata. L’anno prima Mario Moretti, capo delle Brigate rosse, era stato arrestato a Milano. E all’inizio dell’82 il sequestro del generale Dozier era fallito.

Paolo Rossi, della Juve, il 5 luglio segnò tre goal al Brasile. Il Brasile più forte di sempre. Il Brasile della dittatura militare iniziata nel 1964, quella che Socrates fece tremare un paio d’anni prima. Il giocatore dei verde oro, che più tardi militò pure nella Fiorentina, con la maglietta fuori dai pantaloncini e i primi dread, prese in mano una squadra di calcio di professionisti che stava per fallire e la trasformò in un collettivo politico dove si votava ogni cosa. Gli undici che dovevano scendere in campo, lo schema di gioco e chi, dopo la partita, doveva pulire gli spogliatoi. Non solo, ma la squadra di calcio da quel momento in poi si sarebbe chiamata “Democrazia”. Parola scritta a chiare lettere sulle magliette dei giocatori. Vinsero il campionato. Sotto gli occhi di una dittatura militare che crollò soltanto nel 1984.


Paolo Rossi a Viterbo

Paolo Rossi


Paolo Rossi segnò anche due goal alla Polonia. Due giorni dopo il Brasile. E l’Italia andò in finale. La Polonia di Solidarnosc, il sindacato di Lech Wałęsa che in quegli anni stava assestando un colpo mortale al socialismo sovietico iniziando quel percorso culminato poi nel novembre del 1989 con la caduta del muro di Berlino. La Polonia di Zbigniew Boniek che, quando venne a giocare alla Juventus, Agnelli lo definì, davanti al segretario di stato americano Henri Kissinger, “il bello di notte”. Per le sue prestazioni di altissimo livello in coppa dei campioni e un po’ meno in campionato. E, forse, con un sottile riferimento al film di Luis Buñuel, “Bella di giorno”.

Infine, l’11 luglio, Paolo Rossi segnò il primo goal alla Germania Ovest nella finale del Bernabeu a Madrid. Di fronte a una Spagna fino a pochi anni prima fascista e al presidente della Repubblica Sandro Pertini, partigiano. Contro i tedeschi spaccati ancora in due dalla guerra e pure loro con qualche problema interno di terrorismo. Quello della Banda Baader-Meinhof. Poi distrutta. L’Italia vince tre a uno, segneranno anche Tardelli e Altobelli. E per la prima volta dalla caduta del fascismo, un intero paese, che fino a poco tempo prima s’era sparato addosso nelle piazze, scese per le strade con il tricolore. Niente rosso, niente nero. Nessuna opposta fazione. Tutti uniti sotto un’unica bandiera che fino a quel momento era stata sostanzialmente snobbata. L’11 luglio 1982 segna di fatto la fine del lungo ’68. La partita a scopone in aereo da Madrid tra Pertini, Zoff, Bearzot e Causio fu solo la ciliegina sulla torta. E i tre goal al Brasile di Rossi furono l’inizio di tutto. Il sintomo di un paese che in quei giorni prese spunto dalle scene calcistiche per trovare quel momento catartico che cercava da anni e che nel 1978, e anche allora c’era Paolo Rossi, sfiorò in Argentina, un paio di mesi dopo il ritrovamento del cadavere del presidente della democrazia cristiana Aldo Moro in via Caetani a Roma. Ma nel 1978, complice pure Zoff che prese due goal dall’Olanda da 40 metri, il mondiale serviva di più alla dittatura di Videla.


Paolo Rossi

Paolo Rossi


In tutto questo intreccio di fatti e cose, Paolo Rossi è stato una specie di deus ex machina, e in quanto tale simbolo, calato all’improvviso su una scena teatrale su cui si sono specchiate, e a sua volta la scena calcistica ne è stata il riflesso, dinamiche sociali ben più ampie di un rettangolo di gioco circondato da curve che negli anni ’80, quando la guerriglia urbana nelle strade s’era da poco spenta, sono diventate spesso trincee.

Calato all’improvviso come un deus ex machina, perché Paolo Rossi, rientrato da pochissimo dopo una squalifica di due anni per calcio scommesse, il mondiale del 1982 non avrebbe dovuto nemmeno disputarlo. Riprese a giocare ad aprile e segnò soltanto un goal, all’Udinese. Bearzot se lo portò in Spagna preferendolo a Roberto Pruzzo della Roma, capocannoniere del campionato italiano di quell’anno, con 15 reti.

Chissà se Pruzzo quei tre goal al Brasile li avrebbe segnati. Fatto sta che capocannoniere lo fu anche Rossi, ma del mondiale. E poco dopo gli hanno dato il pallone d’oro. Dall’oblio alle stelle. In un paio di settimane. Scontate poi nella finale di coppa dei campioni contro l’Amburgo nel 1983. Nel frattempo però Pruzzo, che visse pure lui una terribile finale contro il Liverpool davanti a tutta Roma, se lo dimenticarono. Purtroppo. 


Paolo Rossi

Paolo Rossi


Infine la tragedia. La fine di tutto. E come tale, sintesi. Da lì in avanti, cambierà per sempre il modo di intendere e fare il calcio. La finale di coppa dei campioni del 29 maggio 1985 allo stadio Heysel di Bruxelles. Juventus-Liverpool. Trentanove morti ammazzati sugli spalti. Con la Juve, c’era anche Paolo Rossi. Il giornalista Bruno Pizzul impose di fatto alla Rai di continuare le riprese, che nel frattempo erano state sospese, per raccontare quanto stava accadendo. “Pare che sia confermata questa notizia che, ripeto, mi lascia più che perplesso – commentò Pizzul dai microfoni della televisione di stato quando gli comunicarono la notizia che la finale, nonostante la strage e i morti in campo, si sarebbe giocata -. E’ chiaro – proseguì – che dire che adesso si gioca…ma come si fa, con quale spirito anche i giocatori scenderanno in campo. A questo punto il risultato della partita diventa assolutamente irrilevante. Giocare con queste cifre è assolutamente inaccettabile. Giocare con queste cifre è assurdo”.


La strage dell'Heysel

La strage dell’Heysel


I giocatori della Juventus cercarono anche di calmare i tifosi, di parlare con loro. Nel caos più totale e con la polizia belga che aveva perso il controllo di ogni cosa. Alla fine giocarono, vinsero e sollevarono pure la coppa. Un gesto che ferì, perché, come aveva detto Pizzul, giocare quella partita fu “assolutamente inaccettabile”.


Paolo Rossi con Bearzot e Causio

Paolo Rossi con Bearzot e Causio


Vent’anni dopo l’Heysel, durante una puntata della “Storia siamo noi”, dedicata alla strage di Bruxelles, lo shock sui volti dei giocatori di allora intervistati da Giovanni Minoli era ancora evidente. Tanti di loro non avrebbero voluto giocare. Platini, che poi segnò, era già sotto la doccia. Di fatto, gli imposero di giocare. Una scelta, quella di scendere in campo, che si trasformò ben presto in una maledizione. Una lacerazione profonda ancora viva e presente nelle coscienze di quei giocatori che l’hanno vissuta. Una ferita aperta.

“Ma era proprio necessario andare a festeggiare dopo la finale sotto la curva?”, domandò Minoli a Marco Tardelli, calciatore della Juventus di quegli anni, durante la trasmissione che conduceva. “Venticinque anni dopo – rispose Tardelli – vedendo questi filmati, non dovevamo farlo. Chiedo scusa. Non sapevamo il livello della tragedia. In questo momento chiedo scusa”.

“Oggi – riprese poi la parola Minoli – che cosa le resta di questa partita?”. Tardelli: “Adesso niente. Adesso niente”. Ripetuto due volte. E palesemente sconvolto di fronte alle immagini della strage che scorrevano sullo sfondo.

Daniele Camilli 


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