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Ronciglione – Ci sono uomini che segnano e guidano passaggi importanti nella vita di una comunità. È quanto accaduto a Domenico Mascarucci, morto sabato scorso, che fu sindaco di Ronciglione per dieci anni. Era il più giovane tra i consiglieri comunali eletti nel 1965 e fu scelto come soluzione di compromesso dalla Dc di allora, nella quale la contrapposizione tra due candidati forti aveva bloccato l’attività amministrativa.
Erano gli anni del ’68, del cambiamento generale e, per Ronciglione, Mascarucci capì che il tradizionale predominio degli agrari (non i coltivatori diretti ma quelli che definivano proprietari terrieri) era al termine e bisognava, quindi, costruire una nuova classe dirigente cercandola e facendola crescere tra i giovani e l’imprenditoria nuova che si andava affermando.
Il patto anche generazionale che Mascarucci impostò era fondato su una comune visione di salto organizzativo, economico, culturale e sociale del paese, accompagnando però le discussioni con immediate realizzazioni.
Ne derivò un consiglio comunale dominato, anche all’opposizione, da figure di elevato spessore come Giovanna Stricht, con lunghi e approfonditi dibattiti su grandi temi politici nazionali e mondiali a ispirare il senso dell’attività amministrativa per un’agricoltura specialistica con la coltivazione del nocciolo, l’artigianato collegato all’edilizia, cogliendo, al riguardo, da un lato le opportunità espansive offerte dalla Legge “Ponte” – che preparava il più ordinato assetto urbanistico nazionale -, dall’altro, regolamentando per la prima volta la materia con l’adozione di un Piano di fabbricazione e la costituzione dell’Ufficio tecnico comunale.
Infine, il turismo, mediante la ricostituzione della pro loco e l’apertura di un ufficio di promozione quotidianamente presidiato, sul presupposto che Ronciglione non era solo il paese del carnevale.
Di qui, anche l’iniziativa di aprirsi alla collaborazione con i comuni vicini, promuovendo dapprima il consorzio Tebro Cimino e poi accompagnando l’attività di due nuovi organismi dei quali Mascarucci fu anche presidente, la comunità montana e la Asl. Soprattutto, però, coinvolgendo la popolazione attraverso l’istituzione dei comitati di quartiere e, per i giovani, della convenzione cittadina giovanile.
Forte fu il fermento culturale generato, il quale agevolò l’ottenimento di un liceo scientifico e della scuola materna statale in sostituzione di quella comunale meno attrezzata e, insieme, l’affermarsi di una classe politica che diede poi alla provincia tre segretari del partito di maggioranza la Dc (chi scrive – negli anni difficili del terrorismo e di Moro – e successivamente Ruggero Lazzaroni, Riccardo Paradisi) e, nel Pci, la prima deputata donna della Tuscia, la parlamentare Angela Giovagnoli e il senatore Antonio Capaldi.
Impegni e fatti che in quegli anni, per impulso di Domenico Mascarucci, cambiarono profondamente un paese e generazioni di cittadini.
Renzo Trappolini


