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In dieci alla sbarra per favoreggiamento dell’immigrazione, tutto prescritto

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Carabinieri e polizia - Immagine di repertorio

Carabinieri e polizia (immagine di repertorio)


Viterbo – (sil.co.) – Immigrazione clandestina, si è chiuso ieri con la prescrizione il processo agli ultimi dieci imputati dell’operazione Coast to Coast. A distanza di quasi dodici anni dal blitz congiunto di polizia e carabinieri e quattro anni dopo la prima udienza del 27 febbraio 2017. 

Davanti al collegio presieduto dal giudice Elisabetta Massini c’erano ancora cinque italiani e cinque stranieri, che avrebbero favorito l’ingresso di stranieri a caccia di un’opportunità in Italia, e più in generale in Europa, fingendo che avessero già un lavoro che li aspettava, quando in realtà era soltanto una finta. 

Numeri da record quelli della maxinchiesta della procura, coordinata dalla pm Paola Conti,  sfociata, all’alba del 18 marzo 2009, in 5 arresti ai domiciliari, 7 obblighi di firma, 8 appartamenti sequestrati tra Viterbo e Canepina e un totale di ben 65 indagati a piede libero.


Paola Conti

La pm Paola Conti


I fatti contestati risalgono al 2006, 2007 e 2008. Erano gli anni del boom di extracomunitari a Viterbo, soprattutto cingalesi. Troppi per non  insospettire la procura, secondo cui sarebbero stati disposti a pagare tra i tre e i quattromila euro per essere assunti come domestici e giardinieri e poi subito licenziati, in cambio della possibilità di restare nel Belpaese un anno, nella speranza di trovare un lavoro vero che permettesse loro di realizzare il sogno di cambiare vita in Occidente. 

Davanti ai giudici del collegio presieduto dal giudice Elisabetta Massini, tra gli altri, c’era ancora l’impiegata Giannarosa Santini dell’ufficio provinciale del lavoro, contro la quale si è costituito parte civile il ministero, difesa dagli avvocati barbara Manetti e Angelo Di Silvio. Molti degli imputati, tra cui la donna e alcuni suoi congiunti, erano presenti in aula.

Il non luogo a procedere è stato chiesto dalla stessa pm Conti, che ha operato una riqualificazione del reato in virtù degli aggiornamenti normativi intervenuti nel frattempo, riducendo drasticamente i tempi della prescrizione. Per ottimizzare i tempi, inoltre, è stata disposta la riunione col procedimento principale di una posizione, l’ultima, a suo tempo stralciata.

In manette, con l’ipotesi di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento a scopo di lucro dell’ingresso in Italia di extracomunitari in violazione delle norme sull’immigrazione, finirono una consulente del lavoro, un’impiegata dell’ufficio provinciale del lavoro, un dipendente di una società partecipata e due cingalesi.

Già nel 2015, quando in cinque sono usciti dal processo patteggiando pene tra gli 8 e i 16 mesi, con multe tra i 12mila e i 16mila euro, le difese avevano chiesto la derubricazione del reato da favoreggiamento dell’immigrazione clandestina a scopo di lucro (per cui sono previste pene severissime, da 5 a 15 anni, come gli scafisti), a semplice favoreggiamento dell’ingresso illegale.


Angelo Di Silvio

L’avvocato Angelo Di Silvio


“Una pioggia di domestici in famiglia, troppi per non insospettire”

“Una pioggia di domestici stranieri in famiglia, troppi per non insospettire”. Il maresciallo Christian Masci, responsabile del nucleo carabinieri dell’ispettorato del lavoro, ha spiegato durante il processo come i sospetti sull’impiegata dell’ispettorato (addetta al controllo della regolarità delle domande) siano sorti quando una collega e la direttrice si sono accorte dell’incredibile quantità di domestici che si apprestava ad assumere assieme a tutta la famiglia (almeno uno a testa per compagno, figlia, ex marito, fratello, cognata, due nipoti e la moglie del nipote). Per giunta tutti alloggiati sulla carta nei medesimi appartamenti, tra Viterbo, San Martino, Canepina. Ad esempio 15 cingalesi avrebbero dovuto teoricamente essere tutti stipati in una stessa abitazione al civico 10 di via Emilio Bianchi.


AAA, domestici per la villa al lago di Berlusconi cercasi

Una curiosità è emersa nel corso della deposizione fiume del maresciallo Masci. Uno dei datori di lavoro il cui nome figurava nella cartelline sequestrate presso lo studio della consulente del lavoro corrispondeva a un domestico cingalese impiegato in una villa sul lago di Silvio Berlusconi, ovviamente del tutto ignaro, il quale avrebbe chiesto l’assunzione di due connazionali.


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