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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – “Pronto Maria, sono Giacinta. Sono tantissimi anni che ci siamo perse di vista. Finalmente ci risentiamo”. Così ho ritrovato dopo 70 anni la mia amica Giacinta Gatti, grazie ai ricordi che non trascuro e grazie ad un articolo pubblicato su questo giornale e non passato inosservato per chi speravo.
E’ stato così semplice, come se ci fossimo salutate con la promessa di rivederci per giocare nel nostro vicolo Grotti il giorno seguente.
Il vicolo che era sotto casa mia era un luogo pubblico di incontro, di giochi e di amicizia. Io scendevo ogni pomeriggio, appena fatti i compiti, col sole o col freddo, con la pioggia o col vento. Non rinunciavo in nessun caso al mio pomeriggio nel vicolo. Era stretto e lungo, con le case addossate quasi a volerlo soffocare, piuttosto buio, data l’altezza delle costruzioni, ma era bello, perché io ero nata lì e lì c’erano le mie amiche e di esso conoscevo tutte le meraviglie. Appena scesa dal mio appartamento all’ultimo piano di un bel palazzetto, cominciavo a chiamare le bambine che ancora non erano di sotto: “Giacinta, Lina!” per iniziare i nostri giochi. Dietro un piccolo cancello vecchissimo ed arrugginito, si apriva un richiastro, cioè un cortiletto che immetteva in una casa. Quello era il nostro luogo preferito. Ci sedevamo lì e stabilivamo il da farsi: giocare ad “inguattavito” o a “stornavelli” oppure a “campana” o a “mamme e figlie”.
Di solito la scelta cadeva su quest’ultimo gioco ed allora eccoci al lavoro: a me piaceva fare la mamma o la maestra e mi immedesimavo nella parte così tanto che non mi accorgevo del buio che scendeva, né sentivo la voce della mamma che mi chiamava dalla finestra. Il gioco era serio e composto, con delle punte di liti inevitabili, che riguardavano sempre punizioni non accettate da parte dei figli o scolari recalcitranti.
Ricordo che quando si giocava a nasconderci, trovavamo i posti più impensati: vecchi lavatoi, che allora erano costruiti dentro i grandi portoni delle case ed erano utilizzati dai loro abitanti, oppure aprivamo ed entravamo in magazzini dalle porte nere, di legno sconquassato, dove stagnava un odore di muffa ed umidità, inconfondibile. Lì, al buio, pregavamo che il compagno non ci scovasse e, se succedeva, gridavamo forte, come se in quel momento, invece del nostro amico, fosse apparso un mostro o qualcosa di simile. Allora si affacciava un’anziana zitella bisbetica da una finestrella al primo piano di una casuccia vecchia e povera e ci gridava: “Andate via, strilloni, andate sotto le finestre di casa vostra!”.
Via, noi, di corsa, trafelate, ci rifugiavamo in un portone e sottovoce, col fiato grosso, bisbigliavamo: “Quella vecchia è una strega e i bambini se li mangia sicuramente!” e poi continuavamo a giocare, imperterriti, incoscienti del fastidio che si dava. Il vicolo era tutto per me e non l’avrei scambiato con nessun luogo elegante da gioco o bellissimo giardino.
Maria Rita Santoni Bastianini


