|
|
Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Non lasciate i vostri cari anziani da soli oltre le porte dell’ospedale Belcolle di Viterbo. Verranno abbandonati, dimenticati, privati della loro dignità. La testimonianza della mia famiglia e le notizie degli ultimi giorni confermano queste parole.
È il 27 dicembre quando Paola, anziana ottantatreenne, o più semplicemente “mia nonna”, viene ricoverata presso l’ospedale Belcolle per problemi cardiaci.
All’ ingresso del pronto soccorso la figlia mediana chiede di poter assistere la madre. Specifica che Paola non è autonoma e che soffre per i disturbi dovuti alla demenza senile. Tuttavia le viene negato l’accesso in ospedale perché le norme dell’emergenza sanitaria in corso vietano a chiunque di entrare.
A nulla è servita una seconda richiesta di permesso. Dopo due giorni di attesa fuori dal portone, il telefono squilla in piena notte. Le notizie non sono positive: Paola è debole ed è stata portata al reparto di Medicina, piano 8, un reparto chiaramente non ideale per chi soffre di disturbi cardiaci.
Passano ore e giorni di attesa fino a quando il 2 gennaio, una delle figlie può farle visita, “perché le condizioni della paziente sono gravi”.
Paola, distesa su un letto, ha sete e ha freddo e, quel che è peggio, è sola. Dove sono le persone che dovrebbero assisterla? Nessuno le è accanto per portarle un po’ d’ acqua.
Alcuni medici consigliano di prolungare la permanenza in ospedale, altri, forse consapevoli della mancanza di personale, suggeriscono le dimissioni dall’ospedale. Le tre figlie, indignate alla vista dell’abbandono della madre, firmano per riportarla a casa.
Paola esce al freddo dell’inverno, mal coperta, con il corpo leso da piaghe di decubito. Una figlia le stende sopra una giacca insieme a un velo di lacrime nascosto a stento da una mascherina.
Dove sono i suoi vestiti caldi? Il maglione e la sciarpa di lana cachemire lilla, due capi di abbigliamento ben visibili, che Paola indossava il giorno del ricovero, sono scomparsi. Anche alcuni degli altri effetti personali che aveva con sé non ci sono più.
Qualche giorno fa un uomo ha reagito con violenza alla notizia di non poter vedere la madre deceduta in ospedale. Lo stesso giorno del rientro a casa di Paola, l’8 gennaio, si tiene una riunione dei sindacati Nursing Up, Cisal e Ugl in cui viene detto: “La sanità della Tuscia in macerie”.
Proprio sotto quelle macerie giacciono ora dispersi non solo i vestiti di Paola, ma soprattutto giace martoriata e calpestata la sua dignità.
Come sollevare quelle rovine e porre fine a questo stato di abbandono?
Se non è possibile trovare una soluzione generale entro breve tempo per risollevare la nostra sanità garantendo, ad esempio, assistenza nei reparti, non è altrettanto possibile attendere oltre e lasciare che in queste ore molti anziani non autosufficienti entrino in ospedale e vengano abbandonati a loro stessi. I parenti dovrebbero fare di tutto per non lasciare da soli i propri cari.
Come inesperta in materia chiedo a chi di competenza: non sarebbe possibile sottoporre a tampone un parente e lasciarlo entrare per assistere i propri cari?
Ilaria Moschini
