Viterbo – Bandiera rossa. “Dalle belle città date al nemico, fuggimmo un dì su per l’aride montagne, cercando libertà tra rupe e rupe”. Bandiera con falce e martello. Cent’anni fa, il 21 gennaio a Livorno, la nascita del Partito comunista italiano, estintosi poi con la caduta del muro di Berlino meno di settant’anni dopo. Due anni dopo, nel 1991, anche l’ultima bandiera rossa, l’ultima con la falce e martello che stava in cima al Cremlino, come appena quarant’anni prima sulle macerie del Reichstag a Berlino, veniva ammainata. E il più grande galeone corsaro di tutti i tempi affondava, spargendo naufraghi e relitti un po’ ovunque. Con un carico di energie enorme e mobilitate per più di un secolo lungo il solco di una rivoluzione intesa solo, in fin dei conti, come presa del potere.
Comune di Livorno – La bandiera del Partito comunista d’Italia del 21 gennaio 1921
Una storia, quella del Pci, al secolo sezione italiana dell’Internazionale comunista, raccontata oggi in una mostra in corso a Livorno dove il partito è nato. Tra gli oggetti in esposizione alla Biblioteca Labronica, anche la bandiera che il 21 gennaio sventolò sul teatro San Marco. A restaurarla un’azienda viterbese che si occupa di opere d’arte tessili. La Tessili antichi Srl. A lavorare al restauro tre donne, Barbara De Dominicis, Barbara Proietti e Stefania Moscatelli.
Livorno, 21 gennaio 2018 – Manifestazione per ricordare la nascita del Pci
Bandiera rossa con falce e martello, proletari di tutto il mondo unitevi. Dai campi, la falce, e dalle officine, la fabbrica, il martello. Braccianti e operai. Al sindacato i primi, al partito gli ultimi. Potere operaio, e il discorso, fin quando s’è fatto, è finito lì. A San Pietroburgo così come a Livorno. Con i bolscevichi che in Russia a contadini, soldati e operai gli hanno dato i soviet. E i comunisti che in Italia hanno contribuito, armi e bagagli, a tirare su repubblica e democrazia.
Un città, Livorno, che, fra l’altro, ogni anno celebra la nascita del Pci con una manifestazione cui partecipano centinaia di persone. Almeno fino al Covid.
Livorno, 21 gennaio 2018 – Manifestazione per ricordare la nascita del Pci
“Democrazia è il fucile in spalla agli operai – scriveva il mensile Potere operaio nel 1971 -. Le linee difensive, i fronti democratici non servono ai proletari. Le conquiste operaie di questi anni si difendono solo se il movimento è capace di rilanciare l’offensiva, e di conquistare il terreno della lotta insurrezionale. Nella fase attuale, nella crisi capitalistica, compito di un’organizzazione comunista rivoluzionaria è spingere il movimento verso questo sbocco insurrezionale. L’unico modo proletario di occuparsi degli affari dello stato è la lotta rivoluzionaria per la conquista del potere politico. L’unico modo rivoluzionario di fare politica è la lotta contro lo stato”.
Il Pci, però, questa volta a Salerno, aveva scelto diversamente. Nel 1944. La “svolta” di Togliatti. Lavorare nelle istituzioni, non distruggerle, nemmeno conquistarle in maniera violenta. In vista di una democrazia progressiva e di un cambiamento radicale non più inteso come precipitazione di eventi e rovesciamento repentino dei rapporti di forza e produzione, la rivoluzione, ma come processo di lungo periodo. In grado prima di cambiare le coscienze poi di prendere il potere. Lavorando appunto nelle istituzioni per trasformare innanzitutto la società civile. Rendendola migliore e vivibile per tutti. “La rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale”, quale compito della Repubblica, di cui parla l’articolo 3 della Costituzione. Una storia diversa, raccontata anche da quella bandiera che cent’anni fa veniva issata a Livorno e cent’anni dopo restaurata a Viterbo. Diversa, sebbene con la stessa falce e l’identico martello, rispetto pure a quella che l’aveva ispirata, bolscevica, leninista e di derivazione giacobina presente ancora nella resistenza al fascismo ed evidente nel modo di pensare e organizzare la lotta armata in Italia trent’anni dopo la fine della guerra.
Livorno, 21 gennaio 2018 – Manifestazione per ricordare la nascita del Pci
Una storia diversa che ha oscillato come un pendolo tra Berlinguer e Togliatti, Ingrao e Pajetta, Secchia e alla fine Occhetto. Contaminandosi sempre più con la storia d’Italia. Fino a diventare un’altra cosa. Una cosa senza bandiere, e le stesse energie. Con quest’ultime, che se ne sono andate tutte altrove.
“A poche ore dalla conclusione – scrive Santo Peli in “Storie di Gap” (edizioni Einaudi) parlando della battaglia di Porta Lame a Bologna del 7 novembre 1944, tra le più importanti nella lotta di resistenza al nazifascismo – i combattenti sfiniti hanno raggiunto le due vecchie basi della Bolognina, trasportando a braccia 15 feriti gravi; dopo una notte drammatica, trascorsa nella base trasformata in sala operatoria che ‘assomigliava a un macello’, il diciassettenne Renato Romagnoli, con altri due gappisti, viene spedito a presidiare in armi la tipografia di via Zamboni 9, dove si stampa un’edizione straordinaria dell’Unità clandestina ‘che avrebbe informato la cittadinanza della grande vittoria partigiana’. Anche i gappisti precariamente assiepati nelle basi della Bolognina, la sera dell’8 novembre, ricevono la copia che narra le loro gesta: ‘Fu quello, per molti di noi, il primo contatto con il giornale comunista di cui avevamo tante volte sentito parlare. Alla luce di una piccola candela lessi ai compagni, a bassa voce, le due facciate del giornale in cui erano raccontate le fasi salienti dell’azione. Eravamo tutti molto commossi”.
Daniele Camilli
Fotogallery: Livorno, una manifestazione del 2018 per ricordare il 21 gennaio 1921



