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Un 16enne alla madre: “Se non pago 800 euro di fumo a quelli del Sacrario, devo spacciare”

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Viterbo –  (sil.co.) – “Se non pago 800 euro di fumo a quelli del Sacrario, devo spacciare”. Così un ragazzino di appena 16 anni avrebbe spiegato alla madre, mentre preparava le valigie per scappare, il motivo per cui da una settimana se ne stava chiuso in casa palesemente terrorizzato. E la donna, una cinquantenne, è corsa in questura per chiedere aiuto alla polizia. 

E’ finita che gli agenti, fotografato il denaro, d’accordo con la madre, senza che il figlio sapesse nulla, hanno teso una trappola al presunto creditore, appostandosi con tre pattuglie al Sacrario un sabato di marzo di tre anni fa.

La presunta vittima è giunta sulla piazza in auto con la madre, come da accordi. “Ma il figlio, in un lampo, si è volatilizzato salendo di corsa le scalette verso piazza del Comune e noi non siamo riusciti a coglierlo sul fatto”, ha spiegato un sostituto commissario al collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei, davanti al quale è imputato un nordafricano 27enne, difeso dall’avvocato Luigi Mancini.

Era il 23 marzo 2018 e quattro giorni dopo il minore è stato sentito alla presenza della madre in questura. “Ci mostrò il profilo Facebook di un certo ‘Pablo’. Tramite alcune foto capimmo dove forse lavorava. Andammo presso l’azienda e ci diedero gli estremi del dipendente, un operaio d’origine tunisina del 1994, risultato già fotosegnalato per cui fu fatto anche un confronto dattiloscopico”, ha detto il poliziotto, spiegando come si è giunti all’imputato.

Il problema è sorto quando il giovane, durante un soffertissimo interrogatorio, condotto sia dal pm Massimiliano Siddi che dal giudice Mattei, ha negato di avere dato soldi al tunisino, quel giorno, al Sacrario. Adesso ha 19 anni. Classe 2002, quando è nato era già passato un anno dall’attentato alle Torri Gemelle. 


Viterbo - Polizia nel centro storico

La polizia al Sacrario


“Io sapevo che i soldi erano per lui, soprannominato Kimo, ma all’appuntamento c’erano altri. Non so chi fossero. Non so neanche da chi prendevo hashish e marijuana. Bastava andare al Sacrario e chiedere il fumo. Io ne prendevo 10-20 euro alla volta. Quando mi sono trovato a 16 anni con un debito di 800 euro e persone che mi minacciavano, ‘o ce li dai o vieni a spacciare con noi’, volevo solo pagare e chiudere col Sacrario. Se mia madre non fosse andata alla polizia, per me sarebbe finita lì”, ha detto.

In aula anche la madre, cui avrebbe indicato su Facebook “un nordafricano con i capelli a cresta”. Ma anche la donna non ha riconosciuto l’imputato.

“Mi sembrava più grande, sulla trentina”, ha detto, sottolineando che all’epoca il figlio era sistematicamente bugiardo. “Prima mi ha detto che erano in cinque a minacciarlo, romeni e albanesi. Poi in due, viterbesi e di buona famiglia. Infine mi ha mostrato la foto di Facebook”, ha proseguito.

Ha quindi spiegato di aver parlato al telefono con uno di quelli che avrebbero minacciato il figlio: “Lui ha risposto a una chiamata sul cellulare, scoppiando a piangere. Mi sono fatta passare l’interlocutore, un uomo dall’accento slavo, con il quale mi sono impegnata a saldare il debito, temendo che a mio figlio potesse succedere di peggio, tipo prendersi una coltellata. Poi sono andata subito in questura”, ha proseguito.

Quando si è accorta che il figlio adolescente si faceva le canne, ha anche sporto delle denunce contro presunti spacciatori. “Mi sono trovata con i finestrini della macchina in frantumi e l’auto rigata, ma sono andata avanti. Mio figlio sottraeva oggetti in casa, anche del denaro alla nonna, una volta voleva menarmi per avere i soldi. Sono andata dai carabinieri, al Serd, ai servizi sociali e infine alla polizia”, ha raccontato.

“Quello del debito è stato l’episodio clou, il più grave, la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Mi sono messa paura, ho temuto per la sua incolumità, per la sua vita. A me, in quel momento, bastava che la facesse finita col Sacrario. Adesso lavora, lavora tutto il giorno, dalla mattina alla sera, è sempre controllato. Ma sono stati anni tremendi”, ha sottolineato la cinquantenne.

Il figlio non le sarebbe riconoscente, anche se al giudice ha detto di essere consapevole che la madre gli vuole tanto bene: “Lui mi rimprovera, dice che una madre non denuncia il figlio. Secondo me, invece, tutti i genitori lo dovrebbero fare”, ha concluso.

Il processo riprenderà il 14 settembre per sentire un ispettore della questura sulle indagini e per la sentenza. 


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