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Politica - Il senso di una proposta buttata lì frettolosamente

“Viterbo e Civitavecchia insieme per cosa? E con chi?”

di Umberto Laurenti
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Umberto Laurenti

Umberto Laurenti

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Un mesetto fa ho visto su Tusciaweb un titolo che mi ha fatto sgranare gli occhi: “Viterbo e Civitavecchia insieme”. Ma è quello che in pochi abbiamo inutilmente proposto trenta anni fa, mi sono detto tirando fuori dall’archivio due articoli da me pubblicati sul Corriere di Viterbo nel marzo e nell’ottobre 1990 ed un altro, di Francesco Mattioli, sulla rivista Faul dell’agosto ’91.

Allora ne parlavamo poiché stava nascendo per legge l’Area Metropolitana di Roma e temendone lo strapotere politico ed economico, vedevamo nell’unione territoriale ed istituzionale tra la provincia di Viterbo ed il circondario di Civitavecchia, una alternativa e bilanciamento al grande Polo romano, poiché, scrivevo allora: “Le dinamiche socio-demografiche dell’area metropolitana, se non governate, avranno effetti dirompenti sul nostro territorio, che si salva solo salvaguardandone le caratteristiche specifiche, respingendo gli insediamenti industriali residuali, cioè quelli inquinanti, potenziando rapidamente le infrastrutture, sviluppando una politica di attrazione delle correnti turistiche benefiche”.

La proposta nasceva sulla presa d’atto della omogeneità sociale, economica, storica e culturale dell’Alto Lazio, altrimenti denominato Tuscia o, nei secoli precedenti Patrimonio di S. Pietro. Insomma, partendo dall’analisi della situazione, sviluppavamo un ragionamento che sfociava in una proposta complessiva, che prevedeva anche una nuova Entità istituzionale, comprendente i due territori. E non era una “fantasia”, visto che il testo legislativo approvato da una delle due Camere recitava: “La Città metropolitana coincide con il territorio della omonima provincia, salvo l’iniziativa dei Comuni interessati alla modifica della Circoscrizione”.

Nel leggere il dibattito di questi giorni percepisco invece il senso di una proposta buttata lì frettolosamente, senza una analisi accurata e multisettoriale dello stato di fatto del territorio interessato, senza l’individuazione degli obiettivi raggiungibili e delle possibili innovazioni istituzionali, senza una visione  che sappia immaginare un futuro possibile da costruire insieme; viene riferito, la scorsa settimana, di un colloquio telefonico tra i due Sindaci, per un’intesa su “progetti da mettere in campo insieme, e modifiche agli attuali assetti istituzionali dell’Alto Lazio”: una sorta di cartello o di lobby, raffinando  quindi la proposta iniziale del sindaco di Civitavecchia di “unire le due città per difendersi da Roma”.

Mi rendo conto che chiedere che le decisioni dei politici e degli amministratori debbano tener conto dell’opinione dei cittadini, favorendo la partecipazione degli stessi al confronto con studiosi ed esperti, è ormai una illusione, ma non porsi neppure la domanda se è giusto, sensato, realistico, voler unire Civitavecchia e Viterbo, senza tener conto dell’intero territorio coinvolto, cioè almeno un centinaio di Comuni, beh questo lo trovo veramente abnorme. Due città non contigue e nemmeno simili, complementari invece sì, circondate e tenute insieme da un territorio abbastanza omogeneo, contenente un centinaio di località sicuramente legate ai due capoluoghi ma senza esserne satelliti, ognuna dotata di valide attrattive, talvolta eccezionali, che però coinvolgono per lo più i turisti della domenica. Dovrebbe essere chiaro a tutti che solo un’offerta organizzata per tematiche e percorsi e pacchetti, su più località della Tuscia, potrà attrarre turismo di pregio.

In Italia le megalopoli, a dispetto dell’illusione ottica che può colpire chi frequenta abitualmente solo Roma o Milano, non hanno avuto successo rispetto al resto del mondo, tant’è che le città italiane con più di 200 mila abitanti erano 15 nel 1951 e sono rimaste 15 ancora oggi: colpa o merito del territorio per lo più collinare, della conformazione peninsulare, della tradizione dei mille campanili.

Ciò non ha evitato però la continua e progressiva crescita del fenomeno dell’inurbamento, cioè il “trasloco” di migliaia di famiglie dalle aree rurali della provincia italiana ai centri urbani anche di dimensioni medie, purché identificati come “città”, con conseguenze ben note: abbandono dei Borghi, spopolamento delle campagne, crescita di periferie urbane anonime e prive di infrastrutture e servizi, sovraccarico di richiesta di consumo non programmato per forniture essenziali quali acqua, energia e trasporti, consumo di suolo per nuove costruzioni, continuo  e generale peggioramento delle condizioni dell’ambiente naturale.  

Anche se lentamente, l’opinione pubblica sta prendendo conoscenza dei danni provocati dal fenomeno dell’inurbamento non governato e gli studiosi hanno elaborato come risposta correttiva l’idea della “città policentrica” cioè la messa in atto di interventi per una rivisitazione  urbanistica che metta ordine nelle città diffuse che  conosciamo, riorganizzando i servizi, a partire dall’intelaiatura delle infrastrutture; l’ambizione è fare della “città policentrica” l’avanguardia della gestione sostenibile, sociale, economica e ambientale del territorio. Obiettivo condivisibile se questa alleanza tra città vicine farà nascere una governance comune che senza annullare le autonomie, sappia utilizzare la somma delle risorse e la messa in comune delle rispettive esperienze positive nella gestione dei servizi, e riesca pure a guardare al futuro, offrendo ad esempio tecnologie adeguate per abbattere il digital divide.

Come si collocano le nostre due città in tale contesto? Tra le città italiane Viterbo è al 90° posto per popolazione con 65.500 abitanti e Civitavecchia al 134°, con 51.500. Quindi sono cresciute, ma lentamente e moderatamente, e soprattutto il territorio circostante comprendente un centinaio di Comuni, ha retto; il perché lo sappiamo: è un territorio i cui Comuni vengono da millenni di storia, i cui cittadini hanno ereditato spirito identitario ed attaccamento alle radici, alla terra, peraltro ricca di natura ancora intatta, prodotti di qualità, bellezza.  

E’ vero, come ci ricorda Eurostat che la provincia di Viterbo perderà nel 2100 circa 80 mila abitanti rispetto ad oggi, ma dallo stesso raffronto apprendiamo che l’Italia ne perderà 8 milioni! Un previsto calo demografico generale, al quale occorre impedire che si sommi lo spopolamento delle aree rurali. Viterbo e Civitavecchia non sono città contigue; contigui ed omogenei sono i territori loro circostanti, quei cento campanili che andrebbero ascoltati prima di pensare ad unire le due città!

Ecco allora che nel nostro caso più che immaginare una città policentrica (ammesso che i nostri amministratori l’abbiano fatto!) ha un senso lavorare per l’affermazione di una moderna e solida glocal community  di cui fanno parte i nostri 100 Borghi ed anche Viterbo e Civitavecchia che sono solo borghi un po’ più grandi.

Essi si salvano e si valorizzano se non pretendono di assomigliare alle città e men che mai alle megalopoli, e per di più penso che, anche a seguito del cambio di comportamenti che seguirà la pandemia in corso, con una tendenza già in atto ad abbandonare le città per andare a vivere in contesti più a misura d’uomo, il futuro dei nostri Borghi  sarà legato alla capacità di salvaguardare radici, cultura, prodotti di qualità, bellezze naturali e culturali, favorendo però l’ammodernamento delle infrastrutture e lo sviluppo  tecnologico e digitale che metta la nostra comunità in grado di rapportarsi direttamente  e velocemente con il mondo intero, in epoca di globalizzazione.

Cosa fare quindi?  Innanzitutto c’è da cambiare qualche abitudine. Iniziando con il rispettare la natura e l’ambiente, non solo opponendosi alla ventilata ipotesi di collocazione nella Tuscia del deposito di scorie nucleari, ma con i comportamenti individuali e collettivi e, tanto per fare un esempio comprensibile per gran parte dei viterbesi, rendiamoci conto che è miope e suicida la tendenza in atto a piantare noccioleti in aree non vocate, con conseguente sovraconsumo di acqua , fertilizzanti e pesticidi vari, per avere un prodotto che abbasserà la qualità complessiva media.

Occorre poi superare individualismo e municipalismo esasperati, per sviluppare la cultura di impresa e di collaborazione, necessarie per poter competere. Un cambiamento necessario che non arriverà spontaneamente ed avrà bisogno di essere preparato e supportato da seri approfondimenti scientifici.

Abbiamo la fortuna di avere nella Università Statale della Tuscia l’ambiente giusto per questo, anche perché ormai da tempo ha dato l’esempio della collaborazione possibile, aprendo a Civitavecchia un Polo universitario importante, attento a discipline innovative quali Economia circolare e Scienze Biologiche ambientali: Unitus va coinvolta nel percorso di approfondimento e studio per preparare il futuro del nostro territorio, e ne ha tutti i requisiti e gli strumenti necessari. E andranno pure valorizzate le buone pratiche già esistenti, dal Sito Unesco delle necropoli etrusche di Cerveteri/Tarquinia, esempio di cooperazione sul confine tra i due territori, come andrà ripensata con una visione d’insieme l’offerta turistica potenziale che può nascere intorno a ciò che accomuna i 100 Borghi e le due città.

Se si sarà capaci di pensare un progetto di sviluppo nuovo ed attivare un impegno collettivo che coinvolga Istituzioni e Università, realtà imprenditoriali e reti associative, sarà più semplice e più credibile proporre ed esigere anche nuovi assetti di governo istituzionale ed amministrativo, anche di nuovo conio, se utile.

Chi ha avuto la pazienza di seguire fin qui il mio ragionamento, si renderà conto che non si tratta di unire le forze per ottenere dei risultati per le due città di Viterbo e Civitavecchia, bensì di produrre e mettere in atto una visione nuova per il futuro dei 100 Borghi dell’Alto Lazio e le due città. I presupposti di partenza, come abbiamo visto ci sono, il possibile sbocco futuro è la nuova soggettività economico-sociale ed istituzionale-amministrativa  di un territorio omogeneo e ricco di potenzialità, espressa grazie al recupero degli elementi identitari storico-culturali e la messa in comune dei numerosi punti di forza.

Dotarsi di una moderna rappresentazione unitaria delle risorse ambientali, monumentali, archeologiche, enogastronomiche, è il modo nuovo ed obbligato per far conoscere la Tuscia che verrà ai cittadini del mondo globalizzato ed interconnesso, che al termine della pandemia, riprenderanno a viaggiare. Il porto di Civitavecchia è una risorsa, presto spendibile per l’Alto Lazio grazie al completamento della Superstrada 675 Orte-Viterbo-Civitavecchia, come risorse sono le numerose località termali, i laghi di Bracciano, Vico e Bolsena, le Faggete dichiarate Patrimonio dell’Umanità e, ci auguriamo tutti, il nuovo sito Unesco di Civita di Bagnoregio, insieme al lascito culturale straordinario degli Etruschi e dei Romani, del Medioevo e del Rinascimento.

Ma non sarà sufficiente elencare le tante potenziali risorse, per conquistare i nuovi flussi turistici, se non ci sarà un cambiamento che, come scrivevo nell’articolo: “Quella dell’Unesco è una splendida medaglia che bisogna saper conservare e spendere” su Tusciaweb del 27.9.2019, produca nuova cultura di impresa e dell’accoglienza, del rispetto dell’ambiente e dei beni culturali, della valorizzazione del “modo di vivere tipico ed autentico” delle nostre zone. Questo se vogliamo puntare al futuro e non solo subirlo.

Umberto Laurenti


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4 febbraio, 2021

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