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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Il mestiere del sociologo è quello di osservare con atteggiamento scientifico i fenomeni sociali e se scopre che il re è nudo, di dirlo senza tanti giri di parole; anche se poi qualche suo collega in cerca di una captatio benevolentiae presso il più vasto pubblico vira altrove. Proverò dunque a parlare di giovani, scuola e Covid 19, avvisando senza reticenze se al re cadono le brache.
Allora: appare ormai assodato che i giovani, dopo i vari provvedimenti approntati per controllare la diffusione della pandemia, risultino oggi il principale veicolo di infezione. Nel Viterbese ad esempio i nuovi contagi riguardano per quasi la metà i giovani. Il dato dovrebbe sorprendere solo gli ingenui, ma andiamo oltre. Il problema non si deve solo alla movida, che pure sembrerebbe la più eclatante manifestazione di incoscienza: guarda caso, sembra che invece la principale fonte di contagio dipenda dai meccanismi scolastici.
Beninteso, i ragazzi non sono dei mostri untori ripensati da qualche delirante scrittore di fantascienza. Ma sono quelli che più spesso agiscono in gruppo e secondo rituali di straordinaria vicinanza personale; sono quelli meno “disciplinati” perché attraverso il processo di socializzazione primaria stanno ancora imparando a seguire le regole; sono quelli meno danneggiati fisicamente da una pandemia che sembra risparmiare loro, quanto meno, le peggiori complicazioni, portandoli a sottovalutare i rischi; infine, sono anche coloro che più spesso si muovono a piedi o sui mezzi pubblici nel territorio urbano. Tutto questo li espone maggiormente al pericolo di contagio e ne fa dei perfetti trasmettitori.
Probabilmente non tanto negli edifici scolastici dove in un modo o nell’altro si tenta di mantenere le distanze e di usare tutti i dispositivi di protezione individuale, quanto al di fuori della scuola, nelle vie, nelle piazze e segnatamente sui mezzi pubblici, dove l’assembramento e l’anarchia regnano sovrani.
Tutto ciò induce a prendere, ovunque nel mondo, provvedimenti più o meno drastici. Dal dimezzamento e dall’alternarsi dei flussi scolastici, fino al blocco delle lezioni in presenza, in una sorta di balletto tra la logica gialla, arancione e soprattutto rossa.
Mentre resta difficile per l’economia produttiva trasformare il lavoro in fabbrica in smart working, nel campo dei servizi e della pubblica amministrazione la tecnologia digitale sta consentendo di mandare avanti l’attività amministrativa anche da remoto, sostituendo al rapporto face to face tra istituzione e utente quello online. Certo, il processo accusa qualche inconveniente. Poiché la gran parte di queste attività coinvolge persone mature, spesso non abituate a gestire a pieno le potenzialità del web e della telefonia mobile, possono crearsi degli ostacoli.
Senza contare che il sistema talvolta funziona a metà: in molti casi infatti dopo aver svolto tutta la pratica online il cittadino deve comunque completarla allo sportello ( è accaduto anche al sottoscritto…). Insomma, in caso di pandemia e di conseguente lockdown, l’attività da remoto sembra l’unica risposta valida per “mandare avanti la baracca” in qualche modo. Così, se i giovani, e quindi inevitabilmente la scuola, sono oggi fonte importante di contagio, è chiaro che diventa necessario il blocco, anche prolungato, delle lezioni in presenza e il ricorso alla famigerata dad.
Tra l’altro sembrerebbe facile. I contributi di psicologici, sociologi, pedagogisti, educatori e variegati opinionisti sull’emergere di una generazione di “nativi digitali” noi si contano più. Questi nativi sono i famosi millennials, quelli nati nel XXI secolo, che sanno adoperare e sfruttare al meglio pc, cellulari, macchine e programmi digitali, e segnatamente i social media; tanto che tre quarti dei cosiddetti influencer nel mondo hanno meno di trent’anni o sono diventati tali a meno di trent’anni.
Con alcune conseguenze: che spesso sono i più esperti del settore e sono perfino costretti ad aiutare gli adulti; e che praticamente sono oggetto di continue e terribili reprimende da parte degli adulti, proprio perché passano metà della loro giornata piegati a smanettare sui tasti del cellulare, esibendosi su facebook, istagram, twitter, tik tok et similia. Umberto Eco li ha chiamati imbecilli nel 2016, Franco Ferrarotti irretiti nel 2020: direi a torto, perché il tempo passa e guardarsi indietro senza cercare di comprendere l’oggi e di divisare il domani non porta da nessuna parte.
Insomma, se c’è una categoria di persone che può immediatamente adattarsi ad una attività digitale da remoto sono i giovani. E allora perché tutti questi problemi sulla dad?
La lista delle lamentazioni è lunghissima, mortifica Geremia. Mancherebbe il rapporto fisico con il docente, la possibilità di vivere e assorbire gli argomenti cogliendo negli occhi e nel vibrato della voce dell’insegnante l’atmosfera irripetibile dell’apprendimento in reciproca presenza; mancherebbe l’interazione con i compagni, la risata, l’ammiccamento, l’aiuto, la competizione, la scaramuccia con cui si cresce e si matura; secondo alcuni romantici mancherebbe perfino il sottile corteggiamento tra i sessi; mancherebbe il peso specifico dell’esperienza extra familiare; mancherebbero insomma un mucchio di tante altre opportunità per crescere e maturare.
Non lo nego e non ne discuto. Ma gran parte di questi ostacoli, seppur espressi e manifestati in modo diverso, sono gli stessi che vive chiunque altro, durante la pandemia. Con la differenza che, quanto meno, i giovani sanno adoperare al meglio le soluzioni alternative disponibili, essendo costitutivamente più sensibili e disponibili al cambiamento. Così, stracciarsi le vesti perché i giovani non possono godere della scuola e perché vengono esclusi dall’apprendimento e da una corretta socializzazione mi sembra un tantino eccessivo.
Se c’è qualcuno che meglio si può adattare alle attuali difficoltà e ai risvolti tecnologici di una dad, sono proprio loro; senza contare che così vengono chiamati ad una responsabilizzazione importante, ad una autodisciplina che non può che rinforzare la loro crescita personale.
Insomma, il bicchiere può essere mezzo pieno o mezzo vuoto, dipende dalla disponibilità d’acqua: di fronte alla mancanza d’acqua deve essere considerato mezzo pieno. Così, di fronte al dilagare di una pandemia che fa più danni di una guerra, la dad è un bicchiere mezzo pieno. I ragazzi che durante l’ultima guerra hanno sofferto i bombardamenti, i rastrellamenti, la borsa nera, la sospensione delle attività didattiche, l’invasione straniera, magari persino un precocissimo reclutamento, ne sono usciti, hanno ripreso possesso della loro vita e hanno ricostruito un Paese. Credo che i loro nipoti e pronipoti possano contribuire alla salvaguardia della salute collettiva facendo anch’essi i loro sacrifici, sapendo dare il proprio contributo di resilienza al virus nell’attuale guerra che stiamo combattendo.
Tra l’altro, questo ragionamento non è tutta farina del mio sacco: lo ha fatto recentemente anche Edgar Morin, uno dei più prestigiosi e acuti studiosi di comunicazione.
E a questo punto, se mi si consente, sono costretto ad avvisare che al re sono calate le brache, ed è nudo… Sempre attingendo ad una letteratura sociologica piuttosto “importante”, mi chiedo infatti: non sarà che tutta questa sensibilità di insegnanti e genitori verso i tristi destini dei ragazzi, questo lamentarsi degli effetti negativi della dad e questo spingere verso le lezioni in presenza, nasconda personali interessi? Non sarà che molti insegnanti, scarsamente alfabetizzati al digitale, preferiscano evitare la dad non per la cura dei propri studenti, ma perché incapaci di gestire la situazione?
Non sarà che molti genitori preghino per le lezioni in presenza, non sapendo come “parcheggiare” altrimenti i propri figli nelle ore lavorative? Che cattiveria ho detto! In realtà, quelle espresse da insegnanti e genitori sono preoccupazioni e difficoltà comprensibili e condivisibili, ma che sarebbe opportuno confessare liberamente, senza aggrapparsi ad improbabili considerazioni sociopsicopedagogiche, spesso espresse ad orecchio, se non addirittura sentimental-letterarie. In tal caso, sarebbe anche più facile trovare delle soluzioni realistiche, che salvino all’un tempo gli equilibri familiari, quelli formativi e, soprattutto, la salute delle persone, specie quella dei nonni e dei parenti malati…
Francesco Mattioli
