Viterbo – Era il 13 marzo di 750 anni fa e a Viterbo fece grande scalpore un atroce delitto commesso all’interno della chiesa di San Silvestro in piazza del Gesù. Un principe inginocchiato a pregare, il fragore improvviso delle armi, le grida dell’assassino e della vittima trafitta sull’altare e trascinata per i capelli sulla porta d’ingresso, poi il sangue e tanto trambusto.
Divina commedia – Dante Alighieri
A nulla valse il tentativo del principe Enrico di Cornovoglia, ignaro del vecchio rancore covato dai Montfort, di rifugiarsi tra le braccia del celebrante.
La sua mano, con la quale tentò invano di aggrapparsi alla balaustra dell’altare, fu mozzata di colpo e il suo corpo venne trafitto senza pietà prima di essere trascinato fuori dalla porta. Due chierici, che tentarono di evitare l’omicidio, caddero uno ucciso e l’altro ferito a morte.
I particolari di questo “fattaccio” viterbese furono riportati, oltre che dagli storici, anche da una sentenza di condanna emanata due anni dopo da papa Gregorio X (1 aprile 1273).
L’evento fu riportato in tutti gli annali dell’epoca e ci fu tramandato anche da anche da Dante Alighieri, colpito dalla ferocia e dall’efferatezza, nella Divina commedia Inferno XII, 115-120:
“Poco più oltre il Centauro s’affisse
sovr’una gente che ‘nfino alla gola
parea che di quel Bulicame uscisse.
Mostrocci un’ombra dall’un canto sola
dicendo: “Colui fesse in grembo a Dio
lo cor che ‘n su Tamici ancor si cola”.
Con Enrico di Cornovaglia ucciso e Guido Montfort, autore del feroce omicidio, che finisce nel cerchio degli assassini.
In quei giorni di settecentocinquanta anni fa Filippo III re di Francia e Carlo D’Angiò erano a Viterbo perché qui si stava svolgendo il concilio per l’elezione del papa e loro volevano trattare perché fosse eletto un pontefice di loro gradimento. Era dal 1269 che i cardinali si riunivano, senza successo, per accordarsi sulla scelta del nuovo pontefice. Finché i viterbesi non li rinchiusero nel Palazzo Vescovile, con il tetto scoperchiato dal podestà e dal Capitano del Popolo. Tanti i personaggi importanti presenti in quei giorni a Viterbo.
Dante Alighieri, nel riportare questo drammatico fatto nel dodicesimo canto dell’Inferno, sottolineò l’infamia e il disprezzo per l’omicida Guido Montfort facendolo rimanere isolato, e evitato, dalle altre anime di assassini immersi insieme a lui nel Flegetonte fino alla gola.
E il 25 marzo di quest’anno ricorrerà il settimo centenario della morte di Dante. Un fatto che non può essere trascurato dalla città di Viterbo, ne può essere limitato a studi di tipo linguistico, letterario e poetico, ma che deve anche essere l’occasione per ragionare sulla presenza del Sommo Poeta nella nostra città. Le istituzioni comunali e provinciali cosa hanno in mente di fare? Visto che siamo bravi a farlo almeno illuminiamo tutti i palazzi di piazza Dante!
Silvio Cappelli
