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Viterbo – La Congregazione per la dottrina della fede ha sentenziato che non è possibile dare la benedizione alle coppie gay, perché “non è lecito impartire una benedizione a relazioni, anche stabili, che implicano prassi sessuali al di fuori del matrimonio (vale a dire fuori del rapporto indissolubile fra uomo e donna aperto alla trasmissione della vita) come tra persone dello stesso sesso…non è ingiusta discriminazione… ma non c’è fondamento per analogie tra unioni gay e disegno di Dio sulla famiglia”.
Il discorso non fa una grinza, almeno apparentemente, e la famiglia tradizionale va difesa e quindi benedetta; d’altronde è, ed è stata, essa stessa la base della struttura di qualsiasi società umana.
Tuttavia, quando la Congregazione richiama “la verità del rito liturgico e di quanto corrisponde profondamente all’essenza dei sacramentali, così come la chiesa li intende” sta parlando di interpretazioni socioculturali, storicamente determinate, dei passi del Vangelo che non sono necessariamente valide in assoluto. La stessa chiusura del sacerdozio alle donne nella chiesa cattolica è giustificata facendo riferimento agli apostoli, che erano uomini, il che tuttavia dipende dalla temperie storica, cioè dal fatto che nella Palestina del I secolo certo nessuno avrebbe dato retta alle donne (il lato debole di Paolo, ad esempio, resta non a caso una certa misoginia). Insomma, certi principi religiosi non sono necessariamente intrinseci alla fede, ma deduzioni interpretative teologiche della Parola, quindi storicamente e culturalmente soggette ad evoluzione e passibili di emendamenti.
Se così non fosse, non si capirebbero le coraggiose trasformazioni della chiesa cattolica con il Concilio Vaticano II. Mi sembra quindi che il verdetto della Congregazione sia un po’ tradizionalista e conservativo; anzi, a dirla tutta, neppure del tutto coerente con il messaggio evangelico che insiste molto, e prioritariamente (è il secondo comandamento cristiano dopo l’amore in Dio), sull’amore nelle sue varie manifestazioni.
Due gay che convivono nel reciproco amore, nel reciproco rispetto e nella reciproca fedeltà sono una espressione di amore e, se vogliamo, anche una garanzia di ordine etico e sociale contro certe dissipazioni sessuali. Meglio di tante famiglie “normali”, ma affettivamente traballanti, spesso monogenitoriali, dove magari vige anche la legge del più forte, o meglio del più violento. Guarda caso, sol perché queste garantiscono la riproduzione della specie, diventano comunque oggetto di possibile benedizione; quelle altre, no…
Non sto dicendo di ammettere le coppie gay al matrimonio religioso, beninteso, ma sto solo chiedendomi se due persone legate da amore reciproco, credenti, non abbiano comunque diritto a ricevere una benedizione dei loro sentimenti reciproci, del loro amore. La Congregazione specifica che sono “possibili” benedizioni a singoli gay che “manifestino volontà di vivere in fedeltà ai disegni di Dio”. Possibili? Forse “dovute”, come a qualsiasi altro credente che è fedele ai disegni di Dio e chiede una benedizione…. Ma poi, fedele ai disegni di Dio in che senso? Che rispetta i dieci comandamenti? Non è che, surrettiziamente, la benedizione varrebbe solo per il gay che si astenesse dal sesso, perché “innaturale”? Ho l’impressione che la Congregazione non abbia ancora sciolto il nodo della sessualità e segnatamente dell’omosessualità, che pure son ben presenti anche nelle pieghe dell’organizzazione della chiesa cattolica.
Peraltro, ancora oggi si benedicono locali, automobili, oggetti cari, persino armi e bandiere di combattimento(!). Forse, la Congregazione poteva manifestare più flessibilità su un tema che è uscito dalle lunghe nebbie dell’ipocrisia sociale e oggi andrebbe affrontato con quella larghezza di vedute e quella charitas che hanno caratterizzato l’Opera di Cristo.
Francesco Mattioli
