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La corona di spine di Achille Lauro? Sono ben altre le cose per cui indignarsi…

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Don Pasquale Traetta, detto “don Ariston” perché storico cappellano del festival di Sanremo, si è adontato: “Va bene tutto, però quella corona di spine Fiorello e Achille Lauro se la potevano risparmiare… Per noi cristiani, specie ora che è tempo di quaresima, quella corona di Gesù ha un significato spirituale importante che non può diventare un momento di banalissimo spettacolo.”

Il problema è tutto qui: era “banalissimo spettacolo”? In fin dei conti sul palco dell’Ariston, dove si fa “spettacolo”, si sono succeduti gli interventi “di sostanza” della Palombelli, della Botteri, della Guerritore, di Elodie, che hanno parlato di condizione femminile, di pandemia, di emarginazione ed esclusione. Non lo hanno cantato, beninteso, ma sono gli stessi argomenti affrontati anche nelle performances di Achille Lauro, anzi la Guerritore ne ha fatto parte, evocando Penelope, che dice: “Sono una donna senza voce, nessuno mi ascolta”. 

Quando Achille Lauro ha recitato “Sono il pop. Presente, passato. Tutti, nessuno. Universale, censurato. Condannato ad una lettura disattenta, superficiale. Imprigionato in una storia scritta da qualcun altro. Una persona costruita sopra la tua persona. Divento banale, mi riducono ad un’idea. Antonomasia di quelli come me. Rinchiudere una persona in un disegno. Ma io ero molto di più. Il pregiudizio è una prigione. Il giudizio è la condanna. Dio benedica gli incompresi” faceva mero spettacolo”?

E quando, nella performance criticata da don Traetta, Lauro ha recitato “Sono il punk rock. Icona della scorrettezza. Purezza dell’anticonformismo. Politicamente inadeguato. Cultura giovanile. San Francesco che si spoglia dai beni, Elisabetta Tudor che muore per il popolo, Giovanna D’Arco che va al rogo, Prometeo che ruba il fuoco agli dei. Sono un bambino con la cresta, un uomo con le calze a rete, una donna che si lava dal perbenismo e si sporca di libertà. Sono l’estetica del rifiuto, il rifiuto dell’appartenenza ad ogni ideologia. Sono Morgana che tua madre disapprova. Contro l’omologazione del ‘si è sempre fatto così’. Sono Marilù. Dio benedica chi se ne frega” era “banalissimo spettacolo”?

Il problema è la corona di spine?

In realtà, qualche responsabilità ce l’ha Fiorello, che con la corona di spine in testa, alla fine della intensa performance di Lauro, non ha saputo rinunciare a trasformare il suo travestimento in una gag. Ma fino a quel momento, non sembrava che ci fosse molto da ridere, semmai c’era molto da meditare.

Magari sarà accaduto che qualche spettatore comodamente disteso sul divano di casa abbia potuto riflettere, anche se per non più di cinque minuti,  su quanti “poveri cristi” in quel momento stessero portando una corona di spine: nei luoghi dove si combatte, dove si salta in aria al mercato, dove si fanno persecuzioni e si esercitano violenze di genere, dove si opprime la libertà, dove si muore di fame e di sete, dove manca il lavoro e viene calpestata la dignità umana.

Siccome nei testi di Achille Lauro, anche nella loro ambiguità (come a proposito di Rolls Royce) tutto questo è accennato ma a volte anche evocato e denunciato, forse quella corona di spine ci sta, è un modo di ricordare un problema, di comunicare attraverso un simbolo religioso uno stato diffuso di dolore e di disperazione fra gli oppressi e gli incompresi. Lauro spesso parla di una cultura giovanile emarginata e incompresa, che si ripiega su sé stessa allontanandosi sempre più dal mondo degli adulti; parla anche della diversità e  della esclusione. Non lo fa come le ospiti chiamate a stimolare la nostra coscienza sul palco dell’Ariston con giudiziosi monologhi recitati di fronte a un leggio, ma lo fa con un sofferto cantare. 

Lauro ha forse offeso i cristiani, ha forse rasentato la blasfemia quando ha fatto esibire a Fiorello una corona di spine, quando ha evocato Dio? Non lo credo. Semmai mi permetto di ricordare a don Traetta un passo dei vangeli, quello di Marco, 9, 38-40: “Maestro, noi abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato perché non ci seguiva. Ma Gesù disse: “Non glielo vietate, perché non c’è nessuno che faccia qualche opera potente nel mio nome, e subito dopo possa parlar male di me. Chi non è contro di noi, è per noi”.

E certamente le performances di Achille Lauro, nell’immaginario giovanile, sono “opere potenti”, gettano un sasso nello stagno, gridano che il re è nudo. D’altronde, ha spiegato Achille Lauro: “Non volevo portare in scena semplici canzoni”. Pare che fosse anche l’intento di Renato Zero, pur con tutta la sua spettacolarità burlesca e provocatoria, e quello dell’incantato e malinconico Lucio Dalla, e persino quello di Eminem, che don Traetta ha “sdoganato” nonostante che alcune sue canzoni contengano controversi testi omofobi, sessisti e  razzisti. 

Non voglio fare il difensore d’ufficio di Lauro; a volte al perbenismo che resiste annidato e ben celato dentro di me pare un tantino eccessivo, ma d’altronde se uno vuole provocare non può sottilizzare, e in ogni caso ciò che dice e fa dovrebbe piuttosto interrogare le nostre coscienze.

Se certuni sono pronti a sentirsi offesi per una corona di spine apparentemente fuori posto, quanto si dovrebbero scandalizzare per i crocifissi che ciondolano sulla pancia di taluni cardinali affaristi e misoneisti?

Il fatto è che se certi cristiani fossero meno formalisti, se gettassero a terra quella pietra che troppo spesso in modo autoreferenziale rigirano fra le mani pronti a scagliarla, il messaggio evangelico circolerebbe più facilmente nella sua potente e sconvolgente capacità di discernere il grano dal loglio e di chiamare gli individui (e soprattutto i giovani, in costante allontanamento dalla religione, ma in affannosa ricerca di pregnanti significati) a ripensare al loro rapporto con sé stessi, con gli altri, con la società e infine con Dio.

Francesco Mattioli


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