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Là dove nasce il rispetto…

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Viterbo – Era il 24 maggio del 2017 quando l’associazione culturale Donna Olimpia onlus, in occasione della premiazione degli studenti vincitori del bando Colasanti-Lopez (come si chiamava inizialmente il bando contro il femminicidio e sul rispetto per le donne ideato nel 2016 da Donna Olimpia) invitò Antonio Tabacchi alla cerimonia di premiazione tenutasi a Palazzo Brugiotti, sede della Fondazione Carivit, a poco più di due mesi dall’uccisione di sua figlia Silvia.


Silvia Tabacchi

Silvia Tabacchi


Accompagnato dal sindaco di Vasanello Antonio Porri, a tutti noi presenti in sala – dagli studenti ai professori, dai dirigenti scolastici alle autorità intervenute -, pronti a manifestargli la nostra vicinanza e il nostro affetto più profondo per l’immane tragedia che aveva sconvolto la sua vita e scioccato il territorio viterbese, lasciò senza parole e tenne col fiato sospeso per tutta la durata del suo lungo intervento sul rispetto, sull’amore e sui valori, letto con voce fioca eppure fortissima…

Paradossalmente fu lui a consolare noi, perché fu subito chiaro a tutti che questo padre, privato del bene più grande, aveva molto da insegnare con l’esempio, il coraggio, la grande forza d’animo e l’infinita cultura. Perciò da allora è rimasto al nostro fianco, anzi, ci precede e ci guida tutti, come solo un padre amorevole e un grande uomo può fare. Perciò lasciamo a lui la parola, nel giorno dell’anniversario della morte di Silvia (uccisa dall’ex il 17 marzo 2017, ndr) e a due giorni dalla Festa in onore della figura del padre e della paternità, ringraziandolo per i suoi insegnamenti e per il suo essere portatore di valori che, soli, possono cambiare il mondo.

Maria Elena Piferi


Questa rubrica, “Per una cultura del rispetto contro ogni forma di violenza”, ha ospitato una serie di articoli molto interessanti, e appassionati anche, sul tema del rispetto, in particolare sul rispetto dell’altro e sul contrasto della violenza contro la donna. E’ stato anche affrontato il tema del rispetto della natura. E’ da rilevare che sul tema del rispetto si registra un’attenzione e una sensibilità crescente. Cito solo come esempio un recente articolo apparso su “Il Sole 24 Ore” (Andrea Beretta, “Il rispetto non è pura formalità, ma un preciso obiettivo strategico”, 10 dicembre 2020). Nel nostro piccolo ambito ricordiamo che, a Vasanello, il comune ha inaugurato, nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, un’installazione artistica denominata “L’Isola del Rispetto”, dedicata anche alla memoria di mia figlia Silvia e al Concorso letterario “a Silvia” organizzato annualmente dall’Associazione Donna Olimpia.

Poiché il senso comune ci suggerisce che un insieme di cose tra loro diverse, come persone, animali, montagne, fiumi o quadri, sembrano meritare, pur con le dovute differenze, lo stesso sentimento, che chiamiamo rispetto e che, come vedremo più avanti, è anche un principio etico basilare, vorrei qui tentare un approfondimento sul fondamento e l’ampiezza di questo sentimento/principio etico (quindi su cosa s’intende per rispetto e cosa no, o non più, e fino a dove esso si estende), con l’aiuto di qualche autore e di alcuni testi, che sono soprattutto filosofici.  Filosofici perché la filosofia è la disciplina che cerca risposte alle domande di fondo, quelle che vanno alla radice di una nozione. E poiché non c’è uomo che non si ponga domande di fondo riguardo a singoli aspetti della propria esistenza né c’è ambito del sapere che indagando i propri fondamenti non incroci le domande della filosofia, per l’uomo è pressoché impossibile non filosofare.

Per questo dobbiamo provarci, anche se non siamo filosofi: perché non dobbiamo rinunciare a ragionare. Al tempo stesso, per non banalizzare una materia così complessa, occorre umiltà e consapevolezza dei nostri limiti, perché l’importante non è avere ragione, l’importante è avviare con onestà una riflessione comune, un dialogo, e che il dialogo faccia emergere buone ragioni. Ben venga un contributo successivo che, con argomenti migliori, superi quello che io avrò detto. Borges annovera tra i “Giusti” elencati in undici versi dell’omonima poesia, insieme, tra gli altri, all’ “uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire”, o al “ceramista che premedita un colore e una forma”, anche “chi preferisce che abbiano ragione gli altri”, e conclude che tutte insieme “queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo”. Più importante della mia o della tua ragione è il dialogo, cioè, etimologicamente, la parola che attraversa, che scorre tra un io e un tu, tra due o più persone.

Citeremo qui filosofi, sociologi, costituzionalisti, teologi, ma non mi inoltrerò certo in un discorso teologico, che è fuori dalla mia portata, non avendo, purtroppo, le competenze per farlo. Invece la religione e la fede sono vie d’accesso alla portata di tutti noi verso il sentimento del rispetto che, come vedremo, si prova sempre verso qualcosa che ci appare “superiore”; tuttavia la riflessione in questo articolo riguarderà esclusivamente la dinamica culturale umana del rispetto.

Dunque cosa si intende per rispetto? Già il prof. Mattioli ha affrontato il tema su Tusciaweb in un articolo del 14 aprile 2019, che non era tuttavia nell’ambito di questa rubrica, e credo che  occorra ripartire da lì, dalla coesistenza di due concezioni diverse di rispetto illustrate molto bene in quell’articolo, una più antica dove il rispetto “era quello preteso orgogliosamente dall’autorità, dal Potere, che portava anche a forme degradanti di umiliazione dei sottoposti, ed è quello ancora oggi concepito dalla mafia per esaltare i soggetti apicali, definiti appunto come uomini di rispetto” ed una concezione moderna in cui “il discorso sul rispetto si gioca sul riconoscimento della dignità dell’individuo, senza distinzione alcuna di appartenenza sociale, etnica o di genere”.

La coesistenza di due significati diversi di rispetto dipende, in questo caso, dal fatto che i valori in qualche modo si evolvono nel tempo, si modificano nelle loro declinazioni storiche. Chi decide quale significato prevale? Lo decide la storia, il cammino dell’uomo, in definitiva, la cultura. Ma le declinazioni superate di un valore possono sopravvivere insieme a quelle nuove e spesso lo fanno anche sotto forma di pregiudizi. Lo spiega bene la filosofa tedesca di origini ebraiche Hannah Arendt nel suo breve saggio “Che cos’è la politica?”: “Uno dei motivi dell’efficacia e della pericolosità dei pregiudizi è che in essi si cela sempre un pezzo di passato. A ben vedere, un vero pregiudizio si riconosce anche perché in esso si cela un giudizio formulato tempo addietro, il quale in origine aveva un fondamento empirico legittimo e pertinente e si è mutato in pregiudizio soltanto perché si è trascinato attraverso gli anni senza controlli o revisioni”.

Qual era il significato di rispetto per quel marito che, a Palermo, a inizio febbraio di quest’anno, ha ucciso la moglie, cantante neomelodica, poco dopo avere scritto in un post su Facebook: “Il rispetto gran bella cosa, peccato che non tutti ne conoscano il significato”? Post agghiacciante, anche perché ci ricaccia indietro, come in un incubo; risultato di una spinta di regressione che di continuo riemerge in questo nostro tempo, come feroce minaccia agli stessi fondamenti di civiltà su cui poggia la convivenza civile. Anche da quel post è nata l’idea di questo articolo, perché questi uomini che uccidono le donne si aggrappano altresì a pregiudizi e giustificazioni ancestrali cercando, magari proprio in nome del rispetto inteso come onore, l’approvazione sociale (che in genere è molto importante per loro) perfino quando compiono il gesto violento estremo che rivela definitivamente anche agli occhi del mondo che la donna aveva visto bene a volerli lasciare.

Pregiudizi come quello che un uomo che uccide una donna lo fa per amore. Per amore sì, ma del proprio Ego, del quale la donna gli serve solo come riflesso, un Ego rabbioso e fragile con cui lui fatica a convivere e che in fondo neanche accetta, nascondendo insicurezza e fragilità col possesso della donna, alla quale non riconosce autonomia, diritto di scelta, perché per lui l’autonomia di lei è la negazione della sua identità e del suo Ego, incapace di fare i conti con le proprie frustrazioni, di sopportare l’idea dell’abbandono o di un fallimento, di capire che se una relazione d’amore genera dipendenza, al tempo stesso la relazione finisce se non c’è più posto per l’autonomia individuale e che tra questi due poli, dipendenza e autonomia, bisogna saper trovare l’equilibrio che solo il vero rispetto dell’altro e di se stessi aiuta a trovare.

Probabilmente oggi siamo davvero, come mondo, a uno snodo cruciale di civiltà tra passato e futuro e la posta in gioco è, come sempre in questi casi, culturale, e l’esito non è mai scontato. Il futuro dipende solo da noi e, se lo snodo attuale è soprattutto culturale, dovremmo, come minimo, porci l’obiettivo di smascherare i pregiudizi e, con la ragione e il dialogo, dissiparli, sciogliere contraddizioni non più accettabili, soprattutto quelle dentro ciascuno di noi.

Ma torniamo al tema più ampio. Dunque, come e quando a partire da una concezione del rispetto basata sull’idea di autorità, di superiorità sociale di chi sta in alto rispetto a chi sta in basso, si è andata affermando – in modo non definitivo tuttavia, a quanto pare – una concezione legata al riconoscimento di qualcosa di superiore non all’esterno ma all’interno di “ciascun” essere umano, che genera il rispetto ed è oggetto di doveroso rispetto? Lo spiega bene un libro, edito nel 2012, “Rispetto”, del filosofo morale Roberto Mordacci. E’ il lavoro di Immanuel Kant che segna il passaggio decisivo alla nuova concezione di rispetto. Non è una concezione che viene dal nulla; in realtà si tratta di uno spostamento progressivo nel tempo dall’etica esteriore dell’onore all’etica interiore della dignità dell’individuo, che trova in Kant il suo compimento filosofico. La chiave di volta è la seconda formula dell’imperativo categorico kantiano, contenuta nella “Fondazione della metafisica dei costumi” (1785), che recita: “Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo”. Kant ribadì poi ne “La metafisica dei costumi” (1797): “Ogni uomo pretende legittimamente il rispetto dai propri simili, ed è reciprocamente obbligato allo stesso rispetto verso gli altri. L’umanità stessa è una dignità, poiché infatti l’uomo non può essere usato da un altro (né da altri, né da lui stesso) soltanto come mezzo ma deve sempre essere usato al tempo stesso come scopo, e in ciò consiste appunto la sua dignità”. In questi due passaggi tratti da Kant c’è tutto il significato della moderna concezione di rispetto, che non è la deferenza verso vuote forme esteriori, né tantomeno la sottomissione dettata dal timore di un potere esterno minaccioso, ma il riconoscimento della dignità intrinseca posseduta da ogni essere umano.

Considerare l’altro “sempre al tempo stesso come scopo” – spiega il libro di Roberto Mordacci -significa “che ogni persona per me è un fine in sé, cioè qualcuno il cui bene individuale è necessariamente, almeno in parte, un bene anche dal mio punto di vista. Di qui il rispetto attivo. La comune umanità che condividiamo non è solo una sorta di barriera contro la violenza (da cui il rispetto passivo), è un fondamentale motivo per occuparci attivamente l’uno dell’altro. Il rispetto non è completo se non è a un tempo passivo e attivo … un “attivo” farsi carico, nelle proporzioni e nei modi appropriati, degli scopi dell’altro, delle sue aspirazioni che possiamo condividere (e non soltanto non ostacolare)”.

Ovvio che, se non riusciamo a condividere gli scopi dell’altro, ne rispettiamo comunque in modo assoluto la dignità, che discende a sua volta dall’autonomia e dalla libertà di ciascuno – insopprimibile se non limita quella degli altri -, dal suo essere un fine e non un mezzo. In quest’ottica, ad esempio, il rispetto per le istituzioni, per l’autorità politica o religiosa “non è tolto: solo, lo si mette in relazione con una forma più profonda, che è legata al rapporto di ciascun agente libero con se stesso e con ogni altro. Il senso ultimo del rispetto appare dunque come questa relazione della persona con se stessa; da questo rapporto dipendono gli altri, quello con l’autorità esterna e quello con la forza altrui: a nessuno può essere chiesto di piegarsi all’autorità in modo servile o coattivo, a nessuna persona potranno legittimamente essere tolte la responsabilità e la possibilità di confrontarsi anzitutto con la propria autonomia individuale”, con la propria coscienza.

Le istituzioni, come le tradizioni o la morale, diventano oggetto di rispetto nel momento in cui vengono intuite e vissute non come gabbia e sistematico rifiuto della vita, ma come forme generate da una forza vitale, che fa parte dell’uomo, per espandere la vita degli individui e non per reprimerla, perché il rispetto “è la percezione della forza vitale che ha generato quelle forme” e che allo stesso modo saprà sovvertirle (quando esse dovessero irrigidirsi e svuotarsi, quando dovessero perdere il contatto con la vita stessa) con legittime forme di contestazione che le organizzazioni e le società democratiche contemplano e consentono e quelle autoritarie no.

Il libro citato di Roberto Mordacci va ancora oltre: il rispetto è il principio fondamentale della moralità, dà senso alle regole morali e si estende dall’uomo alle sue manifestazioni e infine a tutti i viventi e persino alla natura inanimata; la complessità della natura ci spinge a riconoscere che essa possiede “un grande potere autostrutturante, che sopravanza le nostre forze e la nostra tecnica”. Questo giustifica il dovuto rispetto verso di essa, “perché si tratta di riconoscere che la natura nel suo complesso non può essere ridotta esclusivamente a una fonte di risorse per la vita umana o a una realtà del tutto priva di qualsiasi valore al di là dello sfruttamento intensivo. Così, nelle varie accezioni del rispetto, ciò che appare “superiore” è di volta in volta qualcosa di diverso, ma in ultima analisi è qualcosa che sappiamo di non poter ridurre interamente al nostro dominio, nemmeno qualora volessimo farlo”, sia che si tratti, pur con le dovute differenze, di un uomo, di un’opera d’arte, di un animale, di un fiume o una montagna.

La conclusione è che ciò che accomuna tutte le cose che meritano rispetto è il “riconoscimento” di un “potere superiore”, intrinseco ad esse, un potere “creativo”, di “auto-ordinamento, che la vita e la natura in generale mostrano nelle loro manifestazioni”. Perciò Il rispetto verso gli uomini, gli altri viventi e le cose è in ultima analisi anche un rispetto di sé stessi, perché percepiamo nella vita come nella natura una forza vitale, un potere superiore, non riducibile al nostro dominio, che è analogo alla nostra individuale autonomia e libertà, e, rispettando quella forza vitale in esse, in qualche modo rispettiamo anche la nostra e il suo fine, che è la possibilità di espandere le nostre stesse potenzialità.

Rispetto, dignità, autonomia, libertà, sono i principi basilari della nostra vita. Nella sfera pubblica sono anche il fondamento della stessa democrazia.

Gustavo Zagrebelsky, già Presidente della Corte Costituzionale, nel suo saggio “Imparare la democrazia” (2005), alla ricerca del fondamento ultimo della democrazia, dichiara: “Pensando e ripensando, non trovo altro fondamento della democrazia che questo: il rispetto di sé. La democrazia è l’unica forma di reggimento politico che rispetta la mia dignità, mi riconosce capace di discutere e decidere sulla mia vita pubblica. Tutti gli altri regimi non mi prestano questo riconoscimento, mi considerano indegno di autonomia fuori della cerchia delle mie relazioni puramente private e familiari. La democrazia è, tra tutti, l’unico regime che si basa sulla mia dignità in questa sfera più ampia … Ma non basta il rispetto di sé, occorre anche il rispetto, negli altri, della medesima dignità che riconosciamo in noi”.

Purtroppo le cose nel mondo non vanno esattamente così. Ognuno di noi potrebbe portare mille esempi al riguardo. In un articolo del 9 ottobre 2003 intitolato proprio “L’uomo come fine”, oggi disponibile nel sito “Avvenire.it”, il teologo e, dal 2010, Cardinale Gianfranco Ravasi sottolineava come la formula dell’imperativo categorico kantiano fosse “basilare per il rispetto della dignità di ogni persona” e come purtroppo, ai nostri giorni, essa fosse solo una dichiarazione d’intenti e non una scelta operativa autentica, essendo ancora molte le vie per ridurre la persona umana in servitù, ivi inclusa la più subdola (usata da politici, responsabili della comunicazione di massa e potenti, quando sono privi di scrupoli), “quella del condizionarne la mente, i comportamenti, le scelte, riducendola a un soggetto che consuma o che si può manipolare secondo i propri interessi”.

In questo articolo, nell’ottica di contribuire al dialogo avviato con questa rubrica, abbiamo cercato di esplorare, in profondità e in ampiezza, il concetto di rispetto anche nelle interpretazioni che ci appaiono non più accettabili, ma che sopravvivono come pregiudizi che dobbiamo dissipare. Abbiamo anche, per così dire, avvertito che questo tipo di riflessione è del tutto inutile, se non avviene anche, soprattutto, dentro ciascuno di noi. A questo proposito vale la pena concludere citando l’insegnamento di Martin Buber, filosofo e teologo austriaco di origini ebraiche, nel bellissimo saggio “Il cammino dell’uomo secondo l’insegnamento chassidico” (1948), dove spiega che l’uomo è un essere diviso, contraddittorio, complicato; può intraprendere il suo cammino nella vita solo se parte da se stesso e unifica il proprio essere, tutte le sue componenti, tutte le sue forze. Finché non lo fa la sua vita resta priva di cammino, egli rimane schizofrenico. “Questo cammino dell’uomo non è finalizzato alla salvezza della propria anima – sarebbe sublime egocentrismo – ma è per gli uomini, per il mondo” e, poiché il conflitto con gli altri ha sempre la radice in se stessi, “un uomo autentico contribuisce alla trasformazione del mondo solo attraverso la propria trasformazione”.

Antonio Tabacchi


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