Il carcere di Mammagialla e nel riquadro Giovanni Delfino
Viterbo – Omicidio a Mammagialla, procura e difesa ricorrono in appello contro la condanna a 14 anni di Khajan Singh. L’udienza è stata fissata per il prossimo 20 aprile, sei mesi dopo la sentenza di primo grado.
E’ il 36enne indiano, giudicato seminfermo di mente, che la sera del 29 marzo 2019 ha massacrato con una decina di colpi di sgabello il compagno di cella, il viterbese di 61enne Giovanni Delfino, che stava scontando pochi mesi di reclusione per un cumulo di pene per reati minori. Gli eredi, parte civile, hanno chiesto il non luogo a procedere per totale vizio di mente. Le conclusioni della famiglia sono che non è colpa dell’imputato se un folle che doveva stare in isolamento, stava in cella con la vittima.
Sia il difensore Antonio Maria Carlevaro, sia il pubblico ministero Franco Pacifici, che aveva chiesto una condanna a 23 anni di reclusione, hanno presentato ricorso alla corte d’appello di Roma per ottenere una riforma della sentenza con cui la corte d’assise del tribunale di Viterbo presieduta dal giudice Gaetano Mautone, lo scorso 29 ottobre, ha inflitto 14 anni all’imputato.
Anche per la difesa Singh è da considerare totalmente infermo di mente. “Abbiano deciso di fare appello – spiega l’avvocato Carlevaro – perché sia valutato appieno il problema psichiatrico del ragazzo. Non sono uno psichiatra, quindi mi rimetto alla magistratura. Ma ritengo che il giudizio di seminfermità debba essere rivalutato in quanto, per il contesto in cui è maturata la tragedia, a mio parere potrebbe trattarsi di vizio totale di mente. Gli stessi ‘futili motivi’ addotti come motivazione del gesto, non mi sembrano futili motivi, ma follia vera e propria”.
Prosegue la causa civile contro il ministero della difesa
Nel frattempo prosegue la causa civile intentata dai familiari della vittima, assistiti dagli avvocati Carmelo Antonio Pirroni e Paride Sforza, contro il ministero dell’interno, i cui legali, in fase preliminare, hanno tentato la citazione in giudizio dello stesso Singh, vedendosi però rigettare l’eccezione.
I sette eredi di Delfino chiedono un risarcimento di un milione e mezzo di euro. Sono la madre 82enne, la sorella, il fratello, la moglie, il figlio e i due nipotini in tenera età della vittima.
Ancora ignote le sorti del “Delfino bis”
“Non sappiamo invece ancora nulla del procedimento parallelo, ossia se la procura della repubblica abbia deciso di chiedere l’archiviazione oppure di andare avanti relativamente alla denuncia dei vertici della casa circondariale di Viterbo”, spiega Pirroni, relativamente al “Delfino bis”.
Resta il fatto che, per la famiglia, vittima e assassino non dovevano stare in cella insieme.
“Nel corso del processo è emerso che il direttore e il comandante della polizia penitenziaria si erano adeguati alle disposizioni della commissione multidisciplinare relative alla grandissima sorveglianza in camera di pernottamento da solo di Singh. L’omicida si sarebbe trovato in cella con la vittima per iniziativa di un ispettore”, ricorda Pirroni, che durante la discussione ha chiesto espressamente la non imputabilità dell’assassino per totale vizio di mente.
“Il carcere non è stato in grado di tutelare i detenuti”
Noti a tutti i precedenti di Singh. Il 14 febbraio 2019 è stato arrestato a Cerveteri per il tentato omicidio del coinquilino omosessuale. Due giorni dopo, nel, carcere di Civitavecchia, ha tentato di uccidere il compagno di cella, salvato da un agente prontamente intervenuto che a sua volta è stato preso per il collo. Motivo per cui è stato sottoposto a Tso, trattamento sanitario obbligatorio.
Pochi giorni prima di uccidere Delfino, mentre era già stato trasferito a Mammagialla, il 35enne aveva fracassato uno sgabello perché l’addetto alle pulizie non aveva risposto a una sua chiamata. Mentre era in cella d’isolamento, sottoposto a regime di massima sorveglianza, avrebbe ripetuto episodi di insubordinazione per i quali è stato punito con il divieto di attività ricreative e sportive.
“Quindi in maniera del tutto improvvida è stato inserito nella cella di Delfino, senza che l’equipe medica venisse infornata della cosa e nonostante il diktat rigido della stessa equipe”, ribadisce l’avvocato Pirroni. “È emerso, nel caso specifico, che il carcere, quel carcere, non è stato in grado di tutelare i detenuti, né Delfino, né il suo assassino, a sua volta vittima di una gestione inaccettabile”, disse lo scorso 29 ottobre alla giuria popolare.
Silvana Cortignani
