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Viterbo – Non bastavano gli scienziati e i politici a seminare l’incertezza che ci rovina il cervello mentre il virus si attacca al corpo. Anche lo spirito è attaccato. Da noi in Occidente, dove il cattolicesimo prevale e si identifica con la figura del papa unico e infallibile, esperti e giornali che non amano Francesco insinuano che non è lui il pontefice romano.
Non parlano ancora di antipapa come quelli (e sono stati tanti, una quarantina) che si autoproclamavano tali o così li consideravano quanti, loro tramite, volevano appropriarsi senza titolo dell’oro e del potere di Pietro nei secoli.
Stavolta il mezzo è nuovo. Prendono e interpretano il testo della declaratio, la dichiarazione in latino con cui Benedetto XVI otto anni fà rinunciò al suo “ministero”. Al “ministerium”, cioè all’esercizio pratico dell’attività pontificia, dicono, non al “munus” all’incarico in sé, quello che lo Spirito Santo gli aveva attribuito tramite il conclave. Quindi, a fare, non a essere papa.
Insomma, come se Benedetto avesse operato un attento dosaggio delle parole nella dichiarazione di dimissioni in modo da far rimanere agli atti che il papa comunque rimane lui.
A conferma di questa tesi, l’avvocatessa Estefania Acosta e noti vaticanisti ricordano che Joseph Ratzinger ha voluto continuare a chiamarsi Benedetto XVI, vestirsi di bianco come tutti i papi fanno dal 1566 (quando il colore dell’abito venne deciso da Pio V, che era stato vescovo nella Tuscia a Nepi e Sutri), e a risiedere in Vaticano accanto alla Basilica di san Pietro.
Non solo, ma in una recente intervista a Massimo Franco del Corriere della Sera, pur dicendo “Non ci sono due papi, il papa è uno solo” avrebbe omesso di precisare chi. Cioè, lui o Francesco?
D’altronde, il suo fedelissimo segretario e portavoce, vescovo Georg Gaenswein, il 21 maggio 2016 aveva già precisato: “di fatto c’è un ministero allargato con un membro attivo (Francesco) e uno contemplativo”, Benedetto, che per questo deve continuare ad essere chiamato “Santità”.
Tutto chiaro? Poco. Si dirà che si tratta di sottigliezze giuridico teologiche, insomma “robe che i preti fanno tra loro”, come rispose la madre di Giovanni XXIII alle compaesane che le chiedevano il perché del vestito viola del figlio appena monsignore.
Sarà pure così, ma quanti guardano con attenzione e rispetto alla attuale funzione rasserenatrice della Chiesa nel mondo ed alle iniziative ecumeniche di papa Francesco, ci rimangono male.
E il silenzio ufficiale su queste cose di cui alcuni giornali in Italia e nel mondo scrivono quasi ogni giorno non aiuta, ma accresce il senso di frustrazione e incertezza già aggravato dalla pandemia. Anche in chi non va a messa la domenica.
Renzo Trappolini
