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La democrazia vittima della complessità…

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Viterbo – Quando, una decina di anni fa, Zygmunt Bauman fu ospite alla Sapienza, ebbi l’opportunità di fare con lui una breve chiacchierata, durante la quale mi confermò nell’idea che l’incertezza della nostra società dipendesse dalla sua complessità, più che dalla caduta delle ideologie come avevano sostenuto vari critici della società contemporanea.

L’incontro tra Erdogan e i vertici Ue


Non  solo,  accennò al fatto – ma questa valutazione si trova anche nei suoi scritti – che la democrazia era una delle maggiori vittime potenziali della complessità.

Temo che avesse ragione. Non tira una bella aria di democrazia nel mondo e certo la pandemia non  ha aiutato.  Quel che si è visto in Capitol Hill, negli Stati Uniti, paese sedicente campione di democrazia, è stato allucinante; le esternazioni di Bolsonaro in Brasile stanno facendo vittime; la gente scappa a frotte dalla dittatura di Maduro in Venezuela; nelle ex repubbliche sovietiche si sta passando dalla dittatura comunista a quella cripto fascista: in Russia si cerca di ammazzare chi è all’opposizione,  in Polonia e in Ungheria la diversità – qualunque essa sia – è quasi un reato; in Africa pullulano i regimi personali; in  Myanmar si spara sui bambini; in Egitto si fa il gioco dell’oca con i diritti fondamentali; non parliamo dei paesi arabi dove la sharja gode di ottime interpretazioni oscurantiste e repressive;  e lasciamo stare la Corea del Nord, rimasta al gioco dei missili come ai tempi della Guerra Fredda.

Con la sempre più diffusa voga di sostituire alla parola giusta – dittatore – il neologismo di autocrate, non  si va lontano. Ma la democrazia diventa occasione di discussione anche nei paesi democratici come l’Italia, con la Costituzione tirata per la giacchetta da destra e da sinistra, a favore o contro i provvedimenti di drastica opposizione alla pandemia.

Che c’entrano la complessità e l’incertezza con tutto ciò? 

Il fatto è che se ogni valore diventa discutibile, negoziabile, da adattare ad una società culturalmente eterogenea, motivata da interessi differenti e talvolta confliggenti, attraversata da problematiche spesso drammatiche, è difficile stabilire una comfort zone cognitiva stabile e condivisa; se il politicamente corretto si rivela sovente una dittatura socioculturale in  grado di produrre esasperati estremismi; se persino la scienza, finora regno della oggettività e della razionalità, appare un campo instabile  di convenzioni in  cui anche la matematica diventa una opinione (vedi quel che ci suggerisce oggi la fisica quantistica); e se anche la fede religiosa ammette interpretazioni contrastanti della Parola, progressiste o conservatrici: a cosa occorre agganciare le nostre certezze?

Mia nonna diceva che per procedere bene nella vita, occorre semplificare.

Eh, già: il mondo  era molto più bianco e nero – pardon, bianco, rosso e nero…-  cinquanta anni fa; oggi contano le sfumature che, come ogni esperto di colori sa, sono innumerevoli, perché in tal modo si garantisce l’individualità. Ma si mette a repentaglio la collettività. Così, occorre camminare precariamente sul crinale, attento a non scivolare su un versante o su quello opposto; e, su questo, la pandemia sta dando lezioni indimenticabili.

Ma tutta questa premessa ha un obbiettivo più concreto, piuttosto che riflettere sulla democrazia oggi da un qualunque trespolo intellettuale. 

Mi riferisco al contenzioso tra Italia e Turchia dopo l’intervento di Draghi a proposito del cosiddetto “sofagate” di cui è stata vittima la  Von der Leyden per la prepotenza di Erdogan e la pochezza di Michel. 

Draghi ha definito correttamente Erdogan un dittatore; perché, seppur eletto, uno che imposta la politica di governo per tappare la bocca all’opposizione e  porta avanti strategie retrograde è questo, e non altro. 

La Turchia ha risposto con malizia che il “presidente designato” Draghi ha offeso il “presidente eletto” Erdogan, così facendo balenare l’idea che solo costui ha pieno diritto di agire, perché supportato da un voto elettorale.

Insomma, addirittura una lezione di democrazia  da parte dell’”autocrate” turco…  Anche se poi lo scontro da parte turca scade a livello di battibecco da ragazzini, un po’ come è avvenuto nello scambio di accuse tra Bixen e Putin: l’uno che definisce assassino l’altro, e questi che dice “assassino sarai tu”.  

Così, all’accusa di Draghi sulla dittatura di Erdogan, ribatte il vice presidente turco Oktay: Draghi pensi al passato fascista dell’Italia. Con buona  pace della Resistenza, di una delle migliori Costituzioni democratiche del mondo, e del genocidio degli armeni…

Ma il peggio viene ora. Draghi, che non è uno stupido, ha sottolineato come a questo dittatore si consenta  tutto perché con governanti come lui “di cui uno ha bisogno, bisogna essere pronti per cooperare”. 

L’offesa l’ha ricevuta la presidente della Commissione Europea, quindi l’Europa. Eppure, nessun appoggio ufficiale all’affermazione di Draghi, anzi in un comunicato della cancelleria europea si dice che “ non sta a noi giudicare le persone”. Oh, mio Dio, Europa, come sei caduta in basso! Niente giudizi personali sui dittatori! Specie se “democraticamente “ eletti! 

Il fatto è che in Germania vivono e lavorano  un milione e mezzo di cittadini turchi; che abbiamo bisogno della Turchia per risolvere il problema libico; che dobbiamo affrontare il problema delle esplorazioni petrolifere intorno a Cipro; che abbiamo bisogno del filtro turco contro l’esodo incontrollato dei profughi siriani; che la Nato deve sottrarre la Turchia alle grinfie della Russia: insomma  che ci dobbiamo turare il naso e stare in  compagnia dell’ineffabile Erdogan sopportandone le scortesie, le prepotenze, le sue ingiustizie e i ricatti. 

Eh, la politica è complessa… alla fin fine che la Von der Leyden se ne stia da parte e Michel ha fatto bene a non reagire e ad assecondare  i pregiudizi del buon Erdogan…

Vero, Draghi ha proprio ragione: con questa gentaglia occorre pure cooperare…

E ha ragione Bauman: nella complessità del mondo di oggi, che è politica, ideologica, culturale,  economico-finanziaria, commerciale, strategico-militare, insomma globale, regna la più grave incertezza, nulla è come appare, nulla ha valore in sé, ma solo in una  prospettiva cinica, opportunistica e contingente.

Insomma, anche la democrazia, con i suoi valori di giustizia, uguaglianza e libertà, è una opinione e in suo nome non sta a nessuno giudicare le persone. O i regimi.
Povero occidente…

Francesco Mattioli
 


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