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“Dopo un ictus va a fare riabilitazione in clinica, contrae il Covid e muore”

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Viterbo – “Colpito da un ictus nella sua casa di Viterbo, va a fare la riabilitazione in una clinica di Napoli. Ma contrae il Covid e muore”. A raccontare la drammatica vicenda di Pietro Facchin, 76enne campano ma residente nel capoluogo della Tuscia, sono i suoi familiari, tra cui la sorella Bruna, in una denuncia sporta al commissariato di polizia del Vomero. “Riteniamo – fanno mettere nero su bianco – che non abbia ricevuto le cure adeguate”.


Emergenza Coronavirus

Foto d’archivio


Il dramma di Facchin inizia il 3 aprile del 2020. “Mentre era nella sua residenza a Viterbo – ripercorre la denuncia -, è stato colpito da un’ischemia cerebrale e ricoverato in una struttura ospedaliera di Viterbo. Dimesso, per la riabilitazione e per un avvicinamento familiare, è stato deciso di farlo venire a Napoli e di ricoverarlo in una struttura sanitaria con sede a Napoli”.

Alla vigilia di ferragosto a Facchin viene riscontrata un’infezione alle vie urinarie. “Il 14 agosto, prima della dimissione, è stato trasportato d’urgenza dalla struttura in ospedale per una setticemia grave. Lì è stato curato in una situazione d’imminente pericolo di vita. Con le cure effettuate, è riuscito a migliorare. Dimesso, per la riabilitazione è stato portato in un’altra struttura”.

A Gennaio 2021 Facchin ha un secondo ictus e viene nuovamente ricontattato. “I contatti – riportano i familiari nella denuncia – avvenivano solo ed esclusivamente per via telefonica e lui riferiva di stare su una barella nudo e bagnato di urine, senza lenzuola né coperte. Dopo svariate rimostranze, è stato trasportato nel reparto di neurologia dove è rimasto ricoverato per quattro giorni. Successivamente la stessa azienda lo ha trasportato in un’altra struttura”.

E ancora: “Fino al 20 febbraio siamo riusciti a comunicare con lui telefonicamente. Da quella data in poi è stato sempre più difficile avere contatti, fino ad esaurirsi completamente perché il suo stato di salute si era molto aggravato. Nonostante chiamassimo ripetutamente la struttura, anche per giorni, non abbiamo ricevuto mai risposta. Solo dopo ripetuti tentativi, finalmente abbiamo avuto notizie e ci hanno riferito che il suo stato era stazionario e che non dovevamo preoccuparci. Ma quando chiamavamo il cellulare del nostro congiunto ci rispondeva un degente e ci aggiornava sulla situazione medica di mio fratello, che era peggiorata: stava male e non mangiava e lui, come volontario, lo aiutava”.

Per Facchin la famiglia decide di “trasferirlo in una camera singola a pagamento. In tal modo – spiegano nella denuncia – potevamo assicurare quotidianamente la presenza di una persona di fiducia. Il 9 marzo, però, abbiamo ricevevamo una telefonata da una dottoressa la quale ci riferiva che il nostro congiunto non poteva essere assistito da nessuno estraneo alla struttura in quanto, sottoposto al test, era risultato positivo al Covid e quindi messo in isolamento. Il 12 marzo la clinica ci ha rassicurati dicendo che era tutto nella norma. Ma a distanza di circa un paio d’ore, ci hanno ricontattato riferendoci che la situazione si era aggravata e che (Facchin, ndr) doveva essere trasportato all’ospedale più vicino. Lì è deceduto il 25 marzo”.

La famiglia denuncia: “Il nostro congiunto non aveva il Covid fino a quando non ci è stato comunicato telefonicamente dalla clinica, ovvero il giorno stesso in cui era stato deciso di trasferirlo in una camera singola sotto la custodia di un nostro incaricato. Riteniamo che non abbia ricevuto le cure adeguate, e tali ipotesi sono suffragate dalle numerose informazioni inesatte e contraddittorie ricevute telefonicamente”. La famiglia Facchin si è rivolta anche alla Studio3A – Valore.


Presunzione di innocenza – In caso di querela/denuncia

La querela/denuncia è semplicemente l’atto, di chi si ritiene persona offesa o pensa di aver rilevato irregolarità, per chiedere l’intervento della magistratura per procedere nei confronti dell’autore di un presunto reato. Si tratta di accuse di parte e tutte da dimostrare, quindi. L’indagato è tale per un atto dovuto.

Nel sistema penale italiano vige sempre la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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