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Maria Rita Santoni Bastianini |
Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Chi ha bei ricordi, ha un tesoro, un angolo dorato, dove si respira e si vive un soffio di tempo che fu.
La giornata è iniziata proprio come tutte le altre: il ciabattare di mio marito che mi porta la tazzina di caffè, il suo aprire e chiudere le porte per chiamare i figli che devono ripassare le lezioni: “Su, Federico, è ora, sono le sei e tre quarti. Dai, Francesco, ieri sera hai detto che devi alzarti prima per ripassare chimica. Non mi fate venire qua un’altra volta!”.
Poi si è tappato in cucina a bere la sua solita, colma, tazza di “buon orzo” come dice lui, che distende i nervi.
Penso vagamente a quante cose m’aspettano durante la giornata: l’appuntamento dal dentista, la riunione nel pomeriggio in classe della bambina, il pranzo, la casa e quei benedetti panni da sistemare, lavare, riporre, panni fra i piedi, assillanti, che perseguitano da sempre le donne. Eppure questa mattina c’è qualcosa che non va, qualcosa che m’opprime dentro, struggente: ripenso alla nottata e al sogno che ho fatto. No, non proprio sogno poi. È stato come un ritornare indietro nel tempo, una specie di dormiveglia cosciente.
Ho rivangato qualcosa della mia lontana fanciullezza; il quartiere dove sono cresciuta, così lontano da dove abito ora, quei tempi che si chiamavano “dopoguerra”. E, fra quei ricordi, uno insistentemente si è fatto largo, un ricordo chiaro come una cartolina illustrata: l’osteria “del zoppo”.
Era quasi attaccata alla bottega del Sor Aurelio, alla fine di via delle Fabbriche ed io ci andavo a comprare il vino col mio bel boccione lucido, da due litri.
Quando venivo da scuola, scendevo subito dopo con questo boccione e gli davo una risciacquatina alla fontanella, proprio davanti a casa mia, tenendo le gambe ben larghe per evitare gli schizzi.
Poi mi avviavo col boccione stretto al petto e i soldi nell’altra mano. La vetrina d’entrata aveva la maniglia di legno marrone, lucidissima per tutte le volte che era stata impugnata. Dentro c’erano dei piccoli tavoli con gli avventori che giocavano a carte e bevevano il loro bel “mezzo litro” che troneggiava panciuto in mezzo al tavolo.
Il fumo, denso e appiccicoso, vagava in aria, in cerca d’uscita.
Io mi guardavo intorno e mi divertivo ad osservare quei signori anziani, col sigaro o con la sigaretta che ballava loro fra le labbra, un occhio un po’ chiuso per evitare il pizzicorino del fumo e le carte in mano. “Busso, liscio, ne voglio una”, questo il frasario usato.
Di domenica pomeriggio o di sera ci andava anche mio padre ed allora io gli andavo vicino e gli dicevo, toccandolo sulla spalla: “Papà”. Si girava e sorrideva subito e mi diceva: “Oh! Chi si vede!” e poi, rivolto all’oste: “Date un po’ una bella gassosa a questa signorina!”. Allora io mi sedevo vicino al bancone, con la bottiglietta bianca e scannellata fra le mani, facevo saltare il tappo e poi bevevo, ma senza bicchiere, perché la gassosa mi piaceva così, che mi facesse il solletico nella gola, fin alle orecchie. E ci mettevo del tempo, sperando che non finisse mai.
Poi andavo vicino a papà che, dopo un po’, si alzava, prendeva il cappello e con mille saluti a tutti i suoi amici dai nomi inverosimili, quali Toto, Momo, Peppe, usciva con me, mano nella mano. Lungo la strada mi diceva sempre qualche parola per avviare il discorso: “Stasera è un po’ freddino”, oppure: “Non ho fame per niente, stasera”.
Ma si capiva che era felice che io ero andata a prenderlo e che gli davo la mano con la tenerezza che si addiceva, allora, alla figlia femmina e per di più la più piccola di casa.
“Mamma, ma mi senti, che fai? A che cosa stai pensando? Sono le otto, vuoi aiutarmi o no con questa maledetta cartella? Uffa, che pizza!” Barbara mi guarda con occhi di rimprovero, quasi mi dicesse che non c’è tempo per i ricordi, anche se belli e preziosi, è vietato disturbarli!
C’è il telefono, la riunione con i professori, l’incontro con le amiche per discutere diversi temi, la macchina da portare dal meccanico, c’è il concerto alle diciotto e poi è proprio necessario fare un salto in banca e via e via…
Ma in tutto questo correre all’impazzata alla ricerca forse di qualcosa di introvabile, chi potrà portarmi via l’osteria “del zoppo”?
Rita Santoni Bastianini
