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Killer della ‘ndrangheta reclutati a Canino, condanna definitiva per i mandanti

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Polizia - Nei riquadri, dall'alto: Arben Ibrahimi e Vasvi Beluli

Polizia – Nei riquadri, dall’alto: Arben Ibrahimi e Vasvi Beluli


Canino – (sil.co.) – Tentato omicidio di ‘ndrangheta su commissione nel Reggino, confermate dalla cassazione le condanne dei tre mandanti del “gruppo di fuoco di Canino” che ha reclutato i due killer originari dell’est europeo diventati poi collaboratori di giustizia dopo l’arresto. 

La coppia di sicari stranieri, tramite intermediari sul posto, era stata assoldata per ventimila euro nella Tuscia dai fratelli Bruno, Pasquale e Vincenzo Fossari, di 50, 52 e 57anni, per uccidere “in trasferta” Rocco Francesco Ieranò, 49anni. I Fossari avrebbero voluto vendicare l’omicidio del fratello Francesco, ucciso da Ieranò il 2 agosto 2011 nell’ambito di un conflitto tra contrapposti clan della ‘ndrangheta palmese.

I due sicari “pentiti” sono il 36enne slavo Ibrahimi Arben e il 39enne Beluli Vasvi, detto Jimmy il macedone, raggiunti nel luglio 2013, mentre erano già in carcere per altra causa, dall’ordinanza di custodia cautelare per il tentato omicidio di Ieranò, anche lui diventato nel frattempo collaboratore di giustizia. 


Vittima colpita dopo vari tentativi falliti

La vittima, dopo vari tentativi falliti, è stata infine colpita, il 25 luglio 2012, nelle vie centrali di Cinquefrondi, un centro tra Reggio Calabria e Catanzaro, ai confini con la piana di Gioia Tauro. Ibrahimi è stato poi assolto “per avere partecipato solo alle prime fasi organizzative” e “perché le condotte poste in essere prima dell’ultimo attentato non hanno superato la soglia del tentativo punibile”. Beluli è stato invece condannato a cinque anni e otto mesi in secondo grado.

A gennaio 2018, la cassazione ha confermato in via definitiva le condanne a dieci anni di reclusione a testa per il 41enne Giuseppe Patania e il 54enne Salvatore Callea, anche lui calabrese ma da anni residente a Canino, accusati di aver reclutato i due stranieri su mandato dei Fossari di Melicucco, alleati dei Patania di Stefanaconi. 

I fratelli Fossari, condannati a 17 anni in primo grado e a 14 anni di reclusione in secondo, hanno presentato ricorso contro la sentenza con cui, il 24 luglio 2018, la corte d’assise d’appello di Reggio Calabria – in funzione di giudice del rinvio a seguito dell’annullamento per vizi della motivazione della sua precedente pronuncia – ha confermato la condanna per tentato omicidio aggravato, detenzione e porto di armi e ricettazione.


Omicidio mancato per colpa del centauro

Secondo l’accusa i fratelli Fossari, tramite gli intermediari, avrebbero reclutato ed armato i sicari nel Viterbese, tra cui Ibrahimi e Beluli, le cui dichiarazioni costituiscono la principale fonte dell’accusa nei loro confronti. Gli imputati, a più riprese, gli avrebbero dato mandato di attentare alla vita di Ieranò.

Vennero effettuati due primi tentativi tra marzo e aprile del 2012, senza raggiungere l’esito sperato a seguito dell’impossibilità di reperire la vittima designata. E un altro tentativo il 24 febbraio 2013, quando gli esecutori, rimasti ignoti, riuscirono ad intercettare Ieranò e ad esplodere alcuni colpi d’arma da fuoco al suo indirizzo, senza però colpirlo per la pronta reazione di quest’ultimo, riuscito a sottrarsi all’agguato.

Il 25 luglio 2012 Beluli, a bordo come passeggero di una moto di grossa cilindrata, è riuscito invece ad affiancare l’auto su cui viaggiava Ieranò e a esplodere alcuni colpi di pistola al suo indirizzo, ferendolo all’inguine ed al torace senza però cagionarne la morte, non riuscendo a portare a termine la “missione” a causa di una manovra errata del conducente della moto.

Si tratta dell’episodio contestato al capo C del decreto di giudizio immediato del 16 giugno 2014 per il quale la corte reggina ha confermato la condanna dei fratelli Fossari per il reato di tentato omicidio aggravato. Quanto agli ulteriori reati per cui è stata confermata la condanna dei ricorrenti, le relative contestazioni hanno ad oggetto alcune armi di cui gli imputati avrebbero avuto al disponibilità e che in parte sarebbero state utilizzate per realizzare i diversi agguati ai danni dello Ieranò.


Mandanti tornati alla carica dopo l’ennesimo flop

Secondo la ricostruzione dell’accusa, il gruppo di fuoco reclutato nella Tuscia si sarebbe ripetutamente recato nella primavera del 2012 nel Reggino per eseguire l’omicidio dello Ieranò, incontrando anche i mandanti, che gli avrebbero spiegato le ragioni del progetto criminoso, partecipando direttamente all’organizzazione degli agguati poi falliti, fornendo le armi necessarie ed occupandosi dei profili logistici.

Non solo, dopo il fallito attentato del 25 luglio 2012, nell’autunno successivo avrebbero di nuovo contattato i sicari per portare a termine il delitto. 

Nelle motivazioni viene sottolineata “la piena convergenza tra le dichiarazioni dell’Ibrahimi e quelle rese dal Beluli sull’identità degli ideatori del progetto, sulla genesi del reclutamento e sulla dinamica del rapporto intrattenuto con i committenti”. E poi, “entrambi i collaboratori hanno riferito di aver preso parte ad almeno due degli agguati”: “Dichiarazioni funzionali alla dimostrazione dell’unitarietà del disegno ordito dagli imputati e la riconducibilità al medesimo delle azioni susseguitesi tra il marzo e il luglio del 2012 ai danni dello Ieranò”.

“Le diverse azioni poste in essere per assassinare la vittima designata – si legge – non sono state altro che i segmenti di un’unica operazione, prolungatasi nel tempo solo a causa del continuo fallimento dei vari tentativi”.

E ancora: “Le dichiarazioni del Beluli hanno trovato peraltro riscontro attraverso i tabulati telefonici anche con riguardo all’incontro nei pressi dell’ospedale di Tarquinia, incontro organizzato per convincere nuovamente il collaboratore a portare a termine il progetto”.


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