Ischia di Castro – Narrare Dante e la Maremma. Nel paese di mia madre, Ischia di Castro. Da dove la vita la esiliò, giovanissima, all’inizio degli anni Trenta. Varcando una mattina all’alba la porta del Di-Dentro. Per non tornare mai più. Al tempo di malarie e polmoniti. Al tempo in cui Dante era ancora amato dal popolo e tramandato a memoria dai poeti a braccio, veri griot delle comunità locali. Cantato per piazze, osterie e fiere.
Narrare Dante e la Maremma nella sala nobile della locale rocca Farnese. Là dove, alla metà del ‘400, furono dettate (ancora vi riecheggiano) le parole testamentarie del fondatore della grandezza della stirpe: Ranuccio il Vecchio. Parole ricche di amore e humanitas da parte di un principe per le sue genti. Perché l’Italia, serva di dolore ostello, era già irrimediabilmente cambiata dai tempi di Dante. Ma in quel testo risuona ancora, sebbene al negativo, un vago ricordo dei tempi del fiero orgoglio dei liberi comuni.
Sabato 12 giugno, dunque, a partire dalle 17,30, al piano nobile della rocca Farnese di Ischia leggerò-commenterò passi scelti da Inferno XIII e XXV, XXVI e XXIX, da Purgatorio V e XIII. Ma anche alcune ottave di Delo Alessandrini, poeta popolare ischiano. Nonché brani dai più bei racconti di Mario Puccini (ischiano d’adozione) e dell’indimenticato Donato Donati. L’apertura straordinaria, per l’occasione, della rocca Farnese, grazie all’impegno del sindaco di Ischia, Salvatore Serra.
“Dante in Maremma” è un racconto rivolto a tutti. Vi aspetto numerosi. L’iniziativa è sostenuta dal Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo ed è organizzata dal Sistema bibliotecario del lago di Bolsena e dal comune di Ischia di Castro.
“Dante in Maremma” è la prima tappa di un mio personale mini-tour dantesco – per il 700esimo anniversario della morte del poeta – che si snoderà tra lago di Bolsena e la Maremma. Dopo Ischia di Castro, sarà infatti la volta di Cellere, Valentano, Farnese. Ogni sosta, sia chiaro, un racconto diverso. Trasumanati nell’incanto mirifico della Comedìa: il più gran libro mai scritto da un cristiano.
Pensando di far cosa utile – e gradita – ai lettori di Tusciaweb, ripropongo qui una mia antica paginetta sul paesaggio maremmano nella Divina Commedia.
Scriveva Vincenzo Cardarelli: “Pare che una volta, attorno al mio paese, per quanto è vasto il suo territorio, fosse tutta una macchia di cornioli: selva riccia, ispida e fitta, popolata di cinghiali e battuta da ladroni di strada, dove il pellegrino che andava a Roma si addentrava con paura. Così Dante rappresentò questo paese o piuttosto le sue incolte campagne. E mi figuro il suo aspetto nel medioevo. Cinto da una difesa naturale così orrida e impervia, fieramente turrito e murato sull’alto d’una collina, spandeva intorno un tale spavento che ancora oggi chi s’affacci alle sue mura, fin dove l’occhio arriva, non scopre traccia d’abitato”.
Non han sì aspri sterpi né sì folti
Quelle fiere selvagge che in odio hanno
Tra Cecina e Corneto i luoghi colti.
La parola “maremma” ricorre tre volte nella Comedìa dantesca. Sempre a evocare una stessa idea. Non importa che siano le bisce sulla groppa del centauro che insegue Vanni Fucci il ladro, o il puzzo di marcite membra dalla malabolgia dei falsatori, o la sepoltura di Pia de’ Tolomei (sì, l’eroina di tanti cantastorie e poeti a braccio); ci s’imbatte in – diverse ma – puntuali figure di un’unica atmosfera: l’orrore per un innaturale senso di metamorfosi patologica, di decomposizione putrescente, di torbe nauseabonde e peccaminose.
Nel XIII canto dell’Inferno le maremme sono chiamate una quarta volta all’appello. Solo per via indiretta, però. Senza nome proprio, vengono infatti definite da una perifrasi di latitudini toponomastiche (tra Cecina e Corneto, da nord a sud, dal Cecina al Mignone virgiliano). Ma la cosa, piuttosto che suggerire limiti alla selva di Pier delle Vigne e delle arpie, pare – al contrario – imporre maggiori affanni labirintici al poema, un senso da dedalo circesco, babele dell’informe. Risultandone ulteriormente impantanato, disorientato, inasprito e intricato, il cammino dell’inquieto pellegrino-narratore (e del suo lettore).
Di più. In questo passo, il profilo paesistico dell’Etruria meridionale sembra esposto a un sovrappiù di valore allegorico, ben squadernato nella formula negativa della similitudine: non han sì aspri sterpi. In generale: sappiamo che Dante elesse il paragone quale figura più adatta a tradurre nella mente del lettore luoghi personaggi valori ultramondani del poema altrimenti indicibili (renderglieli, cioè, presenti chiari narrabili). Ma quando, come nei versi sulla selva dei suicidi, l’immagine si esprime con l’equazione di un’inadeguatezza, di un’approssimazione per difetto al modello aldilà, l’effetto retorico acquisisce portata più generale. L’asperità dell’archetipo divino, invece di contenere il paesaggio terrestre, finisce col precipitarlo stretto a sé negli sgomenti burrati di un’alta fantasia. E dopo il XIII dell’Inferno, se da un lato il lettore s’è convinto d’aver strappato almeno un’icona della selva spaventosa, dall’altro le maremme hanno preso a pullulare, irredimibili, di ulteriori presenze spettrali. Leggende da togliere il sonno. E il senno.
Antonello Ricci
