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“Troppo facile avere una pistola in Italia, si muore di più uccisi da chi le detiene legalmente che di mafia e di rapine”

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Viterbo – La strage che si è consumata ad Ardea, dove un uomo 34enne ha sparato e ucciso un signore di 74 anni e due fratellini di 10 e 5 anni, per poi suicidarsi, ha scosso tutto il paese. Da ogni parte dell’Italia sono arrivati infatti messaggi di cordoglio per le vittime innocenti e di vicinanza per i loro familiari. Ma la strage ha soprattutto sollevato tutta una serie di interrogativi sulla questione delle armi legalmente detenute in Italia. E, in particolar modo, sui controlli su chi quelle armi le detiene. L’arma utilizzata da Andrea Pignani per la strage, infatti, era appartenuta a suo padre, un’ex guardia giurata deceduta diversi mesi fa, che aveva continuato a detenerla anche una volta in pensione. E dopo la sua morte, quella pistola è entrata nella disponibilità del figlio, recentemente sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio.


Giorgio Beretta è analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (Opal) di Brescia, che fa parte della Rete italiana per il disarmo. Tra i maggiori esperti italiani in materia, da anni si occupa della legale detenzione domestica di armi e sull’argomento ha pubblicato molti studi e articoli sia per l’Opal che per diversi quotidiani e riviste italiane.


Giorgio Beretta

Giorgio Beretta


Cos’è successo ad Ardea? Perché un uomo sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio aveva a disposizione un’arma in casa?
“Nel caso della strage di Ardea, l’arma utilizzata dall’omicida apparteneva al padre deceduto, che di lavoro faceva la guardia giurata. Anche se era stata fatta inizialmente la regolare denuncia, l’arma di fatto risultava scomparsa dalla morte del suo legale detentore. È evidente che abbiamo un problema di controlli, anche perché nelle peggiori stragi ci sono sempre di mezzo armi regolarmente possedute o ereditate. Ma il problema più generale è alla radice, e ha a che fare con la facilità con cui in Italia si può ottenere una licenza per armi. E ancora, la facilità con cui anche le persone anziane possano rinnovarla ogni cinque anni, ai quali basta sostanzialmente il certificato anamnestico controfirmato dal medico curante”.

A proposito della facilità da lei segnalata per ottenere una licenza per armi, qual è l’iter che bisogna seguire per richiederla?
“C’è un modulo da scaricare dal sito della polizia di stato, con cui il richiedente autocertifica di non avere problemi di salute mentale, di non abusare di alcol e fare uso di droghe, di non fare uso di medicine che possano alterare lo stato psicofisico della persona. Una volta compilato il documento, la persona lo porta dal proprio medico curante, il quale, se non ha motivo valido di chiedere ulteriori accertamenti, di fatto è obbligato a controfirmarlo. A meno che, dunque, il medico non sappia esplicitamente che una persona è un alcolista cronico o un tossicodipendente, o che abbia palesi problemi di salute mentale, l’aspirante detentore di armi ottiene sempre la controfirma necessaria per proseguire l’iter. Il terzo passaggio lo si fa all’Asl, dove il richiedente si deve sottoporre a una visita medica che sostanzialmente è simile a quella che si fa per la patente di guida, cioè un controllo dell’udito e della vista. Non viene però fatto nessun esame clinico e tossicologico, né una valutazione psichiatrica sullo stato mentale della persona. Una volta ottenuto il via libera anche dell’Asl, chi richiede per la prima volta una licenza per armi deve recarsi presso un tiro a segno nazionale e fare un corso di mezza giornata che certifichi la sua capacità di maneggio delle armi. Infine si va in questura e si richiede o la licenza per uso sportivo, o quella per caccia, o il cosiddetto nulla osta, che prevede che una persona possa tenere delle armi in casa con anche le munizioni. Le questure fanno un accertamento sui precedenti penali della persona, e in alcuni casi anche dei familiari, per verificarne l’affidabilità. Alla fine di questo semplice iter, se non ci sono problemi, viene rilasciano il certificato richiesto. Se si tratta del nulla osta, la persona che lo ottiene ha 30 giorni di tempo per acquistare un’arma e denunciare il posto in cui la detiene. Le varie licenze e il nulla osta vanno rinnovate ogni cinque anni presentando alla autorità di pubblica sicurezza, generalmente la questura, un nuovo certificato anamnestico. Nel caso in cui dovesse dimenticarsi, non è che al detentore vengono ritirate le armi in via cautelare. In quel caso spetta alle autorità di pubblica sicurezza notificare il mancato rinnovo del certificato medico alla persona, che ha tempo 60 giorni per produrlo senza nessuna sanzione. Se entro questo lasso di tempo la persona produce il certificato, allora rinnova la licenza. Solo in caso contrario, le autorità di pubblica sicurezza possono procedere al sequestro cautelativo delle armi”.

Una licenza per armi ha una durata di cinque anni, di volta in volta rinnovabili. Durante questo lasso di tempo il detentore viene sottoposto a controlli che accertino la sua idoneità psicofisica?
“No. A volte ci sono dei controlli da parte delle autorità di pubblica sicurezza, ma soltanto per verificare che le armi detenute siano debitamente conservate e si trovino nel posto in cui si è dichiarato di tenerle. Un legale detentore, infatti, deve sempre comunicare dove terrà l’arma, se in casa, in ufficio, nella seconda casa, eccetera. E a volte le autorità vanno a verificare se l’arma è detenuta regolarmente nel posto dove è stata denunciata. Ma non c’è nessun tipo di controllo se quella persona nel frattempo ha sviluppato dei problemi di salute mentale. A meno che, ovviamente, non ci sia un’esplicita denuncia da parte di qualcuno. In quel caso, infatti, le autorità di pubblica sicurezza sono legittimate a intervenire. Ma, appunto, lo fanno solo se c’è una denuncia o un esposto”.

Quando un legale detentore viene a mancare, come nel caso del padre dell’omicida di Ardea, chi è che deve denunciare alle istituzioni la presenza in casa dell’arma?
“Quando i legali detentori vengono a mancare, le loro armi rimangono in casa e spetta ovviamente ai familiari il compito di denunciarle a chi di dovere. Se però non lo dovessero fare, la questione si complica e i controlli da parte delle autorità di pubblica sicurezza diventano molti difficili da fare anche perché non sempre sanno che un legale detentore è deceduto”.

Se dunque i familiare non dovessero denunciare l’arma, le autorità hanno delle banche dati che permettono loro di intervenire ugualmente per controllare la situazione?
“Il problema è proprio questo. Dovrebbero avere i dati, ma comunque non basta. Se le autorità di pubblica sicurezza sono a conoscenza del fatto che è venuto a mancare un legale detentore, possono, anzi, devono recarsi presso i familiari per accertarsi che abbiano regolarmente denunciato la presenza di armi in casa. Tutto però si basa sui registri informatici delle questure, che spesso non sono aggiornati. Nel caso specifico della strage di Ardea, dove l’arma utilizzata apparteneva a una guardia giurata deceduta, le autorità competenti avrebbero dovuto essere a conoscenza della situazione. Molto spesso, però, i dati di chi per esempio detiene armi dagli anni 50 o 60 si trovano in registri cartacei. E andare a controllare il decesso di ogni detentore diventa molto complicato. È un bel problema il fatto che ancora non tutti i dati siano stati digitalizzati”.

Cosa rischia un familiare che ha ereditato un’arma nel caso in cui non dovesse denunciarla regolarmente?
“La sanzione in questo caso è ridicola. Se non si denuncia la presenza in casa di un’arma appartenuta a un familiare deceduto, o il fatto di averla ereditata, si potrebbe anche incappare nell’incarcerazione dai due a dieci mesi. Di fatto, però, questa misura viene sostituita da una sanzione fino a 375 euro. Tutto dipende quindi dal legale detentore di armi prima, e dai suoi parenti una volta deceduto. L’arma è considerata alla stregua di tutti gli altri beni ereditari. Quando dunque muore un legale detentore, l’arma non va allo stato ma finisce nella disponibilità degli eredi. Se questi non denunciano, le armi sono fuori controllo”.

Cosa si potrebbe fare per intensificare i controlli ed evitare che si ripetano vicende come quella di Ardea?
“Da tempo sostengo la necessità di censimento radicale. Bisognerebbe dare un anno di tempo a tutti coloro che hanno armi in casa di andarle a denunciarle senza incorrere in nessuna pena per non averlo fatto prima. Nel momento stesso in cui le denunciano, i detentore dovrebbe inoltre comunicare se vogliono continuare a tenerle o meno. Nel primo caso, è necessario che facciano tutta la trafila per ottenere una licenza per le armi. Nel secondo caso, invece, le devono consegnare alle autorità di pubblica sicurezza, le quali dovrebbero poi provvedere a rottamarle”.

Ci sono proposte politiche presentate in parlamento che chiedono più controlli sulle armi legalmente detenute?
“Nel corso del tempo sono state presentate alcune proposte. Nella scorsa legislatura, per esempio, il Partito democratico ne ha presentata una che chiedeva di intensificare i controlli e di fare in modo che la domanda di rinnovo della licenza per armi, anziché ogni 5 anni, venisse fatta su base annuale. Poi nell’aprile 2019 i senatori del M5s Mattia Crucioli e Gianluca Ferrara hanno presentato un disegno di legge che contempla, fra i vari punti, l’istituzione di un’anagrafe informatizzata per il collegamento fra le strutture sanitarie e le autorità preposte al rilascio e al rinnovo del porto d’armi, affinché si possa tempestivamente revocarlo a soggetti psichicamente non idonei. Ma finora è rimasto nel cassetto. Forse sono ancora pochi i politici disposti a farsi dei nemici tra i signori delle armi”.

Lei ha più volte detto e scritto che in Italia c’è più possibilità di essere uccisi da un legale detentore di armi che dalla criminalità organizzata…
“Si, il trend degli ultimi cinque anni mostra questo. Stando ai dati dell’Istat, gli omicidi in generale in Italia sono calati da 469 nel 2015 a 318 nel 2019. Di questi, quelli per mafie nel 2015 erano 43, mentre nel 2019 sono stati 28. Quelli per furti e rapine nel 2015 erano 35, nel 2019 solo 9. Gli omicidi che noi dell’Opal abbiamo segnalato perché commessi con armi legalmente detenute, nel 2015 erano 35 e nel 2019 sono 34. Passando per il 2018, con un picco di 54 casi. Insomma, tirando le somme negli ultimi cinque anni gli omicidi volontari in Italia sono stati in tutto 1886. Quelli per mafie sono stati 183, quelli per furti e rapine 91 e quelli che noi dell’Opal abbiamo segnalato perché commessi con armi legalmente detenute sono stati 196. Ormai è un trend, è più facile essere uccisi da un’arma legalmente detenuta che non dalla mafia o per una rapina”.

Edoardo Venditti


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