Viterbo – Diceva un mio vecchio maestro sacerdote appassionato di alpinismo che l’atto del perdono è la montagna più difficile da scalare; ma è il Vangelo che ha dato ottime corde all’Uomo per salire in cima.
Nella morale comune l’impulso è quello di seguire la legge del taglione, l’unica in grado di ripagare psicologicamente l‘offesa patita. La morale comune, cioè collettiva, attiene all’ordine sociale, non tanto al vissuto dell’offeso.
Francesco Mattioli
Paradossalmente è più facile che questi perdoni, di fronte a una perdita inconsolabile; quante volte abbiamo visto il genitore di un ragazzo ucciso ridimensionare il proprio senso di vendetta dicendo “tanto chi mi restituirà mio figlio?” E non si tratta soltanto di persone profondamente religiose nell’animo, ma anche di chi, stravolto dal dolore, sa che nessuna rivalsa ristorerebbe il suo animo ferito per sempre.
La collettività, invece, è più incline alla legge del taglione. Perché il delitto pregiudica la convivenza comune, la fiducia nell’altro, l’organizzazione sociale. La pena, la punizione in tal caso hanno natura, più che riparativa o educativa – preventiva.
Non sono un esperto di diritto, mi limiterò a considerazioni di tipo sociologico, anche se sociologia, diritto ed economia, a detta di molti studiosi classici – Max Weber in testa – sono le diverse facce dello stesso approccio ai problemi della convivenza umana.
Se l’essere umano in quanto tale, ha diritto al rispetto; se molti dei suoi comportamenti non dipendono solo da lui, ma dalle sue esperienze, dall’educazione, dai cattivi maestri, allora a ciascun individuo devi dare una chance, perché “sbagliare è umano”.
Non citerò tanto Cesare Beccaria, che – da buon illuminista – si spese contro la pena di morte e la tortura per motivi per lo più di carattere razionale, più che umanitario; ma terrò presente quella considerazione della persona umana che, in un crescendo di civiltà, ha condotto nel 1948 alla Dichiarazione dei “diritti inviolabili” dell’individuo. Diritti alla dignità, alla giustizia, non solo diritti politici.
Dopo di ciò, la filosofia antiautoritaria della metà del ventesimo secolo, ha prodotto un filone umanitario che, nella sua ispirazione cristiana, invita al perdono (“Vai, e non peccare più…”), e nella sua ispirazione marxista (in Europa) e radical (negli Stati Uniti) richiama alla responsabilità di una società moderna ingiusta, superficiale nell’aver creato sacche di marginalità, di frustrazione, di sopraffazione che genererebbero comprensibili atteggiamenti devianti.
Allora: il mafioso che strozza con le proprie mani un ragazzo di quattordici anni e poi ottiene lo sconto di pena perché si fa pentito; l’idea stessa che l’ergastolo debba essere abolito perché non è “educativo”; il violento che, fermato dalla polizia, il giorno dopo circola tranquillamente per la città, libero di ammazzare bambini, oppure di ammazzare l’ex moglie, o semplicemente di minacciare un rivale con un coltello; o quell’altro che si sottrae alla pena per “decorrenza dei termini”: ecco, questi casi ripugnano alla coscienza collettiva non perché feriscono semplicemente il senso di giustizia, ma perché allarmano sul piano della sicurezza pubblica e individuale.
All’uomo della strada non interessa tanto se chi ha falsificato in bilancio sta veramente in galera o no; interessa sapere se uno che è di pistola o di coltello facile te lo puoi ritrovare davanti per la strada o sul pianerottolo di casa.
Sono questi i timori e l’origine della sfiducia che l’opinione pubblica mostra verso la giustizia e verso la magistratura. E non si tratta della valutazione impressionistica agitata demagogicamente da un giornalista qualunquista o da un politico decisionista, che qualche famoso togato potrebbe liquidare in nome e per conto della purezza del diritto. Si tratta dei dati emergenti da ricerche scientifiche condotte sul campo che vanno tenuti drammaticamente e saggiamente in conto.
Questi dati infatti implicano varie conseguenze, che qui sintetizzo:
a) la tendenza della gente a farsi giustizia da sé, innescando il far west;
b) l’innalzamento della soglia di tolleranza sia dei reati veri e propri, sia delle cosiddette incivilities (danneggiamenti, sporcizia, degrado fisico e morale) che sono la misura del progresso civile molto più di qualsiasi ammennicolo tecnologico;
c) la benevolenza elettorale verso chi propugna uno stato “forte” che tuttavia, come tutte le dittature (lo stesso fascismo insegna) è sempre forte con i deboli e debole con i forti.
Su questi rischi sarebbe opportuno riflettere; perché il vulnus alla libertà non sta solo nel limitarla, giacché nessuna libertà può trasformarsi in licenza; ma sta anche nel sacrificare la sicurezza individuale e collettiva sull’altare di un concetto quasi metafisico di giustizia che finisce per mettere sullo stesso piano, di fatto, vittima e carnefice.
E in una società complessa e competitiva come è la nostra, che mette continuamente a repentaglio la democrazia, si fa presto a passare dall’ideale astratto di giustizia all’opportunismo populista del totalitarismo.
C’è una differenza abissale tra democrazia attiva e lassismo libertario; la prima crea l’uomo consapevole in un sistema giuridico giusto, l’altra il suddito del primo avventuriero di passaggio.
Francesco Mattioli
