Francesco Mattioli |
Viterbo – Non entro nello specifico tecnico della questione; non ne sono competente. Mi limito allora a parlare di cose che conosco.
La provincia di Viterbo è una bomboniera paesaggistica. I Monti Cimini, con la loro faggeta vetusta e la deliziosa conca del Lago di Vico. La sottostante Valle del Vezza a settentrione, che sfocia nel bosco sacro, anzi nei boschi sacri intorno a Bomarzo fino alla svettante Orte.
Scendiamo ancora a sudest, nell’area falisca tra le rocche di Nepi e Civita Castellana, prima di puntare a nord, alla valle dei calanchi fino all’inimitabile Civita, poi piegando ad ovest incrociamo l’incomparabile visione del Lago di Bolsena, le sue isole, i borghi che gli fanno contorno. Di qui, a nord, l’area boscosa castrense e le vali acquesiane ci spingono verso la Maremma e le vette dell’Amiata.
Voliamo poi a sudovest: superando Vulci, ecco all’interno Tuscania con le sue chiese e la valle del Marta con i suoi insediamenti etruschi, poi incontriamo Tarquinia, dal Colle della Civita fino allo sperone di Corneto. Ancora, puntiamo di nuovo verso sud, alla zona boscosa che lambisce l’area braccianese, i parchi archeologici e torniamo lungo la Cassia, tra le meraviglie di Sutri, Capranica, Blera e Vetralla. Finché saremo a Viterbo, che non è solo centro storico e mura medievali, ma un contorno di paesaggi verdi che da est, da Vitorchiano puntano a ovest, fino al Bulicame e oltre fino a Castel d’Asso.
Ho dimenticato qualcosa? Spero di no, e se l’ho fatto ne chiedo venia. Il fatto è che la Tuscia è tutta un tesoro di paesaggi naturali e storici. Una Tuscia ancora oggi, nonostante le tecnologie, le strategie, le forme comunicative e narrative più sofisticate, non adeguatamente valorizzata. A voler essere oggettivi, c’è da dire che tutta l’Italia è veramente il Bel Paese, non c’è angolo che non meriti attenzione, cura, progettualità. Non ci sono, almeno da noi, lande senza storia, senza bellezza, senza “paesaggio”.
Ma ora spostiamoci su un altro discorso. Al netto delle stolide elucubrazioni luddiste ricamate da chi pretenderebbe una “decrescita felice”, il nostro futuro – che punta alla ricerca di una migliore qualità della vita sia ideale, sia materiale – può essere garantito soltanto da uno sviluppo sostenibile.
I movimenti ambientalisti e i periodici incontri internazionali sulla protezione dell’ambiente, dal Club di Roma a Stoccolma, da Rio a Parigi su questo punto sono stati chiari.
Lo sviluppo sostenibile dipende dall’abbandono delle fonti energetiche inquinanti e non rinnovabili, e punta sulle energie rinnovabili e pulite. Il tutto in uno scenario di domanda crescente di energia, dovuta alla natura stessa dello sviluppo. Perché il concetto di sviluppo, legato a quelli di cambiamento, di crescita e di progresso, assieme alla ricerca di democrazia, libertà, dignità, diritti, sicurezza, salute esige anche tecnologia, industria, consumi, felicità, benessere sociale, fisico e mentale.
Il progressivo abbandono dei motori a combustione interna ad esempio non implica necessariamente una riduzione del traffico automobilistico, semmai il disinquinamento atmosferico dei suoi scarichi. Coloro che pensano di ridurre il traffico a favore del mezzo pubblico vivono forse a Roma o a Milano, hanno in mente i flussi pendolari e ricorrenti casa-lavoro, ma non tengono conto di chi vive nella piccola città o nel paese, tra spazio urbano e campagna, e anche di chi vuol farsi una gita domenicale nei boschi o al mare, di chi vuole personalizzare i propri bisogni e i propri itinerari, insomma di chi non può e spesso non vuole contare soltanto su una metropolitana o su un bus che impongono inevitabilmente percorsi standardizzati e selettivi.
L’adozione delle auto elettriche, della completa elettrificazione dei trasporti pubblici, di fonti di riscaldamento elettriche, richiede – con l’abbandono delle fonti energetiche inquinanti e non rinnovabili – l’adozione crescente di fonti eoliche, fotovoltaiche, idriche, geotermiche e di trattamento delle biomasse.
Tutto ciò significa però: vasti parchi eolici, terrestri e marini; vasti parchi fotovoltaici, al di là del mero uso abitativo; dighe; gasdotti; centri di trattamento delle biomasse. Tutto ciò significa anche: introduzione nel paesaggio di pale eoliche, di distese di pannelli solari, di strutture e impianti di estrazione, conduzione e produzione energetica.
Considerare tali impianti di produzione energetica rinnovabile come un vulnus al paesaggio dove ci porta?
Dopo aver descritto la Tuscia come una bomboniera paesaggistica e aver esteso questa considerazione all’Italia, dove mettiamo tutta l’impiantistica di produzione di energia rinnovabile? Dove la “nascondiamo”?
Vogliamo innescare la sindrome del Ninby (Not in my back yard, “non nel mio cortile”)? Vogliamo avviare una guerra tra quartieri, comuni, città, territori, province, regioni, al grido “non nel mio paesaggio, che è più bello del tuo”? Già sta avvenendo con le discariche, al giustificato grido “la monnezza tua tienitela tu”, che peraltro non contempla (né può contemplare ) l’asserto “nel mio paesaggio non voglio monnezza”.
Allora, chi non vuole pale eoliche e pannelli solari disseminati a consumare bellezza o suolo, deve tuttavia rendersi conto che l’energia serve, e serve soprattutto che sia pulita e non inquinante per l’aria, e ne servirà sempre di più, per sostentare la sua auto elettrica, i bus elettrici, le metropolitane elettriche e i treni elettrici su cui si sposta, i suoi fornelli elettrici, i suoi lampadari elettrici, i suoi megaschermi televisivi, le multiformi forme di comunicazione di massa dove esibisce le sue preoccupazioni e le sue proteste, le sue telecamere di sicurezza, i suoi cellulari, le fabbriche e i negozi dove acquista i suoi beni di consumo, gli ospedali e i laboratori dove si produce servizio sanitario.
E deve anche chiarire dove intende mettere gli impianti necessari per rispondere a questa domanda crescente di utilities di energia pulita. Niente pale eoliche vicino al Lago di Bolsena, a Tuscania o a Sutri; va bene, allora le mettiamo a Farnese? A Bagnoregio? A Castel d’Asso? A Vitorchiano? A Soriano? A Blera? A Bomarzo? A Nepi?
Se non si può “infestare” il territorio di un solo Comune, possiamo trovare il compromesso di distribuire gli impianti comunque necessari e inderogabili in modo il meno ingombrante possibile ma senza smanie campanilistiche?
E poi, chi lo dice che un parco eolico non possa essere bello a vedersi sullo sfondo di un tramonto, o incrociando in modo singolare passato e presente? Che una distesa di brillanti pannelli fotovoltaici non possa avere lo stesso fascino di un campo di carciofi, richiamando magari a suggestioni moderniste o futuriste? Che un lago artificiale non possa essere azzurro quanto un lago naturale?
Mi immagino una scena di mille anni fa. Sul dolce profilo di una collina, che ammorbidisce il paesaggio della campagna toscana, cento operai lavorano alacremente a tirare su un muraglione merlato. Alcuni abitanti del luogo si disperano: quel muraglione distruggerà l’incanto di quella verde collina, tanto familiare a generazioni di abitanti del contado, per fare un favore alle esigenze di sicurezza del signorotto locale. “Ma no – li rassicura il capomastro – vi ci potrete proteggere anche voi, nel caso di una guerra o di una invasore; quindi per voi è una utilità irrinunciabile, un costo che ne vale la pena…”.
Ma non tutti restano convinti e scuotono la testa; quel dolce profilo della collina disseminato di ulivi e ginestre è destinato a scomparire per sempre, offeso da quello scuro, rigido, ottuso muro merlato eretto per i bisogni degli uomini.
Oggi quel muro sulla collina si chiama Monteriggioni.
Ci sono visitatori che percorrono 5mila chilometri per venire ad ammirarlo, perla inimitabile del paesaggio toscano.
Francesco Mattioli
