Viterbo – Qualcuno, sui giovani, tende a generalizzare un po’ troppo, e devo ammettere che lo ha fatto anche qualche sociologo in cerca di un’immagine d’effetto, da rivendere sul mercato mediatico del politicamente corretto.
Francesco Mattioli
Senza entrare nel merito di certi episodi, tragici, sconcertanti o soltanto pittoreschi che giungono quotidianamente alle cronache dei giornali, si rischia di mettere nel calderone della fatidica frase “i giovani sono disadattati e respinti della società degli adulti” l’esibizione incosciente del cretino di turno, la marginalizzazione di chi è “costretto” a bucarsi quasi in pubblico, l’incomprensibile suicidio di chi a vent’anni già non ce la fa più.
No, signori; troppo facile. Perché il cretino di turno, il disadattato, il suicida lo trovi anche a cinquant’anni. E quindi liquidare la questione come frutto di un disagio generazionale significa in fin dei conti mettere certi problemi in una sorta di “riserva indiana” da cui ci teniamo fuori.
Sia chiaro: il disagio generazionale c’è e c’è sempre stato, perché il giovane oggi come ieri è di per sé uno che apprende, che deve inserirsi, che per motivi sociali e motivi fisiologici fatica a stare nelle regole del mondo degli adulti, almeno per un po’. E tuttavia, e forse proprio per questo, i giovani sono anche coloro che sanno guardare oltre, che non sono ancora risucchiati dai riti del conformismo, riti certamente necessari a creare un ordine sociale, ma senza che a volte rischiano di trasformarsi in gabbie che impediscano il cambiamento.
Qualcuno forse finge di ignorare che Mameli cadde a Roma a 22 anni, che Martin Luther King iniziò la sua battaglia a 26 anni, che Salvo d’Acquisto si immolò a 23 anni, che l’età media dei partigiani era al di sotto dei trent’anni, che il movimento di Berkeley e tutto il Sessantotto furono portati avanti da studenti universitari in grado di scegliere i propri maestri a partire delle proprie frustranti esperienze.
Al netto dei cascami peggiori (che appartengono a tutte le forme di cambiamento, anche le più necessarie), l’azione delle nuove generazioni non è quella di gente strutturalmente disperata, semmai di persone su cui si esercitano, a turno, lo sfruttamento, la diffidenza, il pietismo e la retorica degli adulti. Per un cretino che si esibisce o un disperato che non ce la fa più, ci sono mille ragazzi che non arriveranno certo alle cronache quotidiane, ma che si fanno ugualmente il mazzo per crescere restando nei ranghi.
Sono pochi i sociologi che hanno sottolineato un fatto inquietante, forse perché parlarne non è abbastanza politicamente corretto. Il fatto inquietante è che la nostra società oggi sta ignorando, quindi respingendo, i “normali”.
La nostra società sta diventando (per fortuna) solidaristica verso i diversamente abili, verso le minoranze d’ogni genere, anche se c’è molta, molta strada ancora da fare. E sta esaltando anche la competitività, la voglia di farsi largo, il “genio”, attraverso un concetto sostanzialmente efficientista di meritocrazia. Così, alla fine, ai due estremi della curva gaussiana della normalità si intravede la luce.
Ma tutti gli altri? Chi si occupa di loro? E non sarà che proprio tra costoro alla fine trovi l’esasperato, l’ignorato, il giovane “comune”, “normale”, che reagisce a suo modo perché non si ritrova né tra i meritevoli ufficiali di solidarietà, né tra i destinati ad emergere?
Sono stato membro di tante commissioni di concorso, di ogni genere. Alla fine i vincitori erano sempre quelli: coloro che avevano una giusta riserva di posti e coloro che spaccavano indovinando il cento per cento delle risposte, geni o furbi che fossero, che poi poco cambia ai fini dell’efficienza generale del sistema. La coscienza della commissione era a posto: “Abbiamo contribuito alla solidarietà e abbiamo assicurato alla società i più meritevoli”.
E tutti gli altri? Dove andavano a finire? Me lo sono chiesto spesso, anche se poi qualcuno di loro l’ho trovato sulle cronache dei giornali, a esibirsi, a salutarci, a prendersi la testa fra le mani.
Francesco Mattioli
